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LA VALUTAZIONE DIAGNOSTICA E CLINICA DELLE DEMENZE
Napoli, 06/12/2000


Introduzione

Il Prof. Rengo ha presentato alcune iniziative riguardanti la Malattia di Alzheimer, che resta a tutt’oggi un terreno in gran parte da scoprire. In rapporto alle esigenze di conoscenza, in Campania si è proposta la realizzazione di gruppi di lavoro di cui questo incontro rappresenta la prima iniziativa. Seguiranno convegni che riguarderanno i temi dei disturbi comportamentali e della riabilitazione cognitiva. Sanno inoltre organizzate situazioni di incontro di piccoli gruppi per un lavoro conoscitivo e di applicazione pratica della scala di valutazione ADAS-Cog. Questi incontri, proprio perché indirizzati a gruppi di numero limitato, verranno ripetuti nel tempo. L’obiettivo perseguito sarà quello del saper fare, oltre al conoscere.

Il Dott. Piermatteo ha presentato un flash sulla situazione della Regione Campania, dove – nonostante i problemi incontrati nella realizzazione del sistema sanitario regionale – nel caso dell’attuazione locale del Progetto Cronos si è agito per tempo, registrando già dal luglio scorso un atto di programmazione. Il Progetto Cronos rappresenta in realtà soltanto uno degli aspetti dell’assistenza ai pazienti dementi in Campania, ed è stato inserito in un ambito più ampio di assistenza continua per volontà dell’Assessorato Regionale alla Sanità. Si è scelto di leggere le necessità di assistenza territoriali attraverso le ASL e gli Ospedali ed individuare centri di riferimento. I risultati attesi sono sia di carattere quantitativo che qualitativo. Incontri come quello odierno rappresentano momenti di accrescimento culturale finalizzato alla omogeneizzazione delle procedure.


Invecchiamento, deterioramento mentale, demenza

Il Prof. Senin ha focalizzato il suo intervento sulle difficoltà diagnostiche relative alle condizioni di demenza, in cui il processo diagnostico resta non facile e ricco di insidie. Ha sottolineato come tra invecchiamento cerebrale che si verifichi nel pieno rispetto della fisiologia – indicato da alcuni come invecchiamento “con successo” e da altri come “normale” – e demenza esista in effetti un continuum. Al suo interno esiste una zona in cui è praticamente impossibile fornire una chiarezza diagnostica assoluta; questo è dovuto alla sovrapposizione di entità che si trovano al centro dei due estremi rappresentati dalla normalità assoluta e della patologia assoluta, individuabile nella demenza. Nel difficile processo di comprensione, molti studi hanno tentato di individuare quale fosse il peso genetico ed il peso ambientale delle variabili collegate alla storia evolutiva dell’invecchiamento cerebrale. Gli studi forse più affascinanti sono quelli sui gemelli, sia omo- che eterozigoti. Negli omozigoti anziani – al di sopra degli 80 anni – frequentemente le condizioni della funzione cerebrale sono simili. La funzione cognitiva sembra, anche in tarda età, essere influenzata per un 50% dal patrimonio genetico e per un 50% dallo stile di vita. Le diverse funzioni cognitive sembrano subire influenze diverse. Per la memoria ed il linguaggio si mostrano ad esempio più importanti i periodi non passati in comune all’interno della famiglia. È comunque riscontrabile fino in età più avanzata un influsso dell’educazione familiare. Pur partendo dalla disponibilità di un patrimonio genetico migliore, è possibile in ogni caso che uno stile di vita non adeguato provochi deficit cognitivi in età avanzata. Non solo lo stile dell’arco complessivo di vita, ma anche quello osservato in tarda età influenza sostanzialmente le funzioni superiori. Da un punto di vista diagnostico, si riscontra quotidianamente la difficoltà di distinguere tra invecchiamento ed inizio della demenza. Tale distinzione rientra nei compiti affidatici dal Progetto Cronos. Questa area di difficoltà diagnostica, questa “area grigia” interessa da molti anni sia clinici che ricercatori. Se ne è tentata una definizione attraverso l’individuazione di una moltitudine di sindromi variamente denominate. Il Mild Cognitive Impairment sembra attualmente l’entità meglio capace di racchiudere al suo interno – in qualche modo – molte delle sindromi che avevano avuto precedenti denominazioni. Due domande si pongono spesso a proposito del MCI: rappresenta una condizione stabile o è solo il segno di una demenza iniziale? quale è la sua importanza in termini di prevalenza? Studi epidemiologici effettuati in Canada riportano che il MCI rappresenta il 50% dei problemi cognitivi ad 80 anni. Lo studio italiano ILSA del CNR riporta una prevalenza sostanzialmente sovrapponibile. Le condizioni caratterizzanti sono: deficit di memoria (percepito dal soggetto e testimoniato dalla famiglia); normalità delle altre funzioni cognitive; autosufficienza; declino della memoria maggiore di quello correlabile ad età e scolarità; assenza di diagnosi di demenza o patologie dementigene. Studi longitudinali con 48 mesi di follow-up hanno mostrato che nel 50% dei casi di MCI veniva in seguito diagnosticata malattia di Alzheimer. Purtroppo tutti gli sforzi tentati finora per individuare markers di una possibile trasformazione si sono rivelati vani. La disponibilità degli anticolinesterasici ha posto l’ulteriore domanda se sia possibile – attraverso la somministrazione precoce – prevenire o ritardare il viraggio.


La Malattia di Alzheimer nell'anziano tra danno degenerativo e danno vascolare

La Prof.ssa Mecocci ha affrontato il delicato tema delle interferenze tra danno vascolare cerebrale e demenze degenerative. Si tratta di un argomento di estrema difficoltà, paradossalmente reso ancora più complesso dalle ricerche più recenti. I disturbi cognitivi sono associati ad elevatissime prevalenze di morbilità e disabilità e ad alta mortalità. Vengono a riguardo presi in considerazione sia fattori di rischio non modificabili (età, sesso, patrimonio genetico, scolarità) e modificabili (sia fattori di rischio cardiovascolari che patologie cardiovascolari). Uno dei nodi da affrontare è quello della capacità dei fattori di rischio cardiovascolari di influire direttamente sull’aumento di rischio di patologia cognitiva. Numerosi studi hanno dimostrato la relazione tra varie patologie cardiovascolari e deficit cognitivo. La pressione arteriosa diastolica si è dimostrata essere un predittore di peggiore funzione cognitiva in un follow-up di 20 anni di soggetti tra i 50 ed i 70 anni. Anziani ipertesi hanno un rischio 3 volte superiore rispetto ai normotesi; il trattamento abbassa tale rischio a 1,5. Il Rotterdam Study, seguendo 7000 soggetti in longitudinale, ha dimostrato che la fibrillazione atriale aumenta di più di due volte il rischio di declino cognitivo e demenza. Il gruppo del Prof. Rengo ha dimostrato che in presenza di scompenso cardiaco la performance cognitiva peggiora. I fattori di rischio cardiovascolari “classici” venivano fino ad oggi ritenuti importanti solo per le demenze vascolari, interpretati a volte come marker assoluti. Si stanno invece producendo evidenze cliniche e sperimentali che tali condizioni siano importanti come fattori di rischio indipendenti anche per la malattia di Alzheimer. Numerosi studi supportano queste evidenze. Il Nun Study ha dimostrato ad esempio che nelle suore anziane la sintomatologia di tipo demenziale era presente in vita soprattutto quando al riscontro autoptico si evidenziavano sia lesioni vascolari che di tipo alzheimeriano. La presenza di lesioni vascolari può essere quindi un fattore che, quanto meno, favorisce il manifestarsi della sintomatologia. È stato inoltre possibile in animali da esperimento favorire la formazione di proteina precursore dell’amiloide provocando una ischemia cerebrale cronica. La CATCH Hypotesis suggerisce che in condizioni di ipoperfusione cronica si verifichi una catena di eventi che porta alla formazione delle lesioni tipiche della malattia di Alzheimer. Ridotto apporto di ossigeno e glucosio al tessuto cerebrale, ridotta attività metabolica, formazione di beta amiloide e di radicali liberi rappresenterebbero vari anelli di questa catena che conduce alla degenerazione neuronale. È possibile alterare tale cascata negativa? Probabilmente abbiamo già a disposizione l’armamentario terapeutico, ma l’assenza di risultati in questo senso (in termini di riduzione di prevalenza) suggerisce che bisogna probabilmente intervenire in modo più incisivo.


I farmaci per il trattamento della Malattia di Alzheimer

Il prof. Abate ha trattato nel suo intervento la terapia farmacologica della malattia di Alzheimer, per cui sono stati sperimentati e messi in commercio una infinità di rimedi vari. L’unica certezza è che i soli farmaci capaci di agire sulla progressione sintomatologica sono gli anticolinesterasici. Il deficit colinergico è un tratto caratterizzante della malattia, da cui derivano i deficit cognitivi e le ripercussioni sulla sfera comportamentale e funzionale. A livello del vallo sinaptico troviamo in effetti due enzimi deputati all’inattivazione della acetilcolina: l’acetilcolinesterasi e la butirrilcolinesterasi (prodotta dalle cellule gliali). Quest’ultimo enzima risulta aumentato nella malattia di Alzheimer, specialmente a livello dell’ippocampo. Esistono due forme tetrameriche di acetilcolinesterasi, la forma G4 e la G1; la forma G1 risulta diminuita in questa malattia. Alcuni farmaci, tra cui la rivastigmina, riportano verso valori di normalità il rapporto G4/G1. Lo stesso farmaco è in grado di agire sia sull’acetilcolinesterasi che sulla butirrilcolinesterasi; tale duplice inibizione è confermata dallo studio a livello liquorale. La valutazione fatta tramite la scala ADAS-Cog presenta a 26 settimane una tenuta e, in alcuni casi, un lieve miglioramento del punteggio nei pazienti trattati con rivastigmina, contro un marcato peggioramento dei controlli. Nel follow-up di 52 settimane i soggetti trattati hanno dimostrato una tenuta fino a 6-8 mesi. Anche soggetti a cui è stato somministrato placebo fino alla 26esima settimana, quando sottoposti al trattamento hanno mostrato un decorso della sintomatologia migliore di quello atteso. Per quanto riguarda la sintomatologia legata ai disturbi di tipo comportamentale, in soggetti istituzionalizzati trattati con rivastigmina si è osservato un miglioramento valutato tramite Neuro Psychiatric Inventory. L’uso dei farmaci antipsicotici si riduce nel corso del trattamento dal 58% all’11%, anche a prezzo di un aumento nell’uso di tranquillanti minori. I disturbi comportamentali migliorano anche nel trattamento di pazienti con demenza a corpi di Lewy. Da un punto di vista funzionale, la rivastigmina è il primo farmaco ad aver prodotto effetti positivi sulle attività della vita quotidiana e l’autonomia funzionale. Il livello di autosufficienza valutato con ADL è infatti conservato nei trattati fino a 26 settimane. Tutti questi risultati sono stati conseguiti in pazienti che si trovavano nelle fasi iniziali, lieve e moderata. Resta da valutare l’utilità del farmaco nelle fasi più avanzate.


Le linee programmatiche della Regione Campania nell'assistenza geriatrica

La Dott.ssa Musti ha testimoniato l’interesse dell’Assessore alla Sanità della Regione, che sta seguendo attentamente ogni contributo alla realizzazione della rete di servizi sul territorio della Campania, che ha assunto i caratteri di un territorio di sperimentazione. La costruzione di una rete di servizi territoriali integrati sociosanitari è e resta di difficile realizzazione, così come resta problematico il collegamento tra ospedali, medici di medicina generale e strutture geriatriche. La riflessione che ha influenzato l’individuazione delle UVA è stata quella di considerare l’aspetto farmacologico importante ma non unico. Chi ha la responsabilità di progettare e realizzare strutture del genere in un momento, come l’attuale, di trasformazione della struttura sanitaria, ha la responsabilità di azioni che avranno ripercussione per i prossimi venti anni. È stata comunque realizzata una rete di UVA; questa ha bisogno di un continuo colloquio tra università, territorio, MMG. È auspicabile la realizzazione di nuovi incontri, simili a questo ma più allargati, che contribuiscano alla formazione di una cultura degli anziani. Oltre alla erogazione dei farmaci, compito dei centri UVA è di promuovere interventi per il miglioramento della qualità della vita. Si deve inoltre considerare che l’erogazione dei farmaci, attualmente gratuita, passerà in seguito nel capitolo di spesa delle sanità regionali. Restano ancora da realizzare strutture residenziali e semiresidenziali in cui l’anziano possa continuare a vivere integrato nella propria realtà cittadina: non vogliamo costruire altri manicomi, non vogliamo solo la trasformazione di cliniche in RSA. Al momento i livelli uniformi di assistenza restano un’astrazione; bisogna in concreto lavorare per una migliore qualità di assistenza agli anziani. Stiamo tentando di realizzare un tavolo per l’integrazione sociosanitaria, essendo le direttive nazionali per le Regioni non ancora chiare a riguardo. Si tratterà di realizzare moduli organizzativi sperimentali regionali. Riguardo al Progetto Cronos, si è voluto provocatoriamente creare in Campania un alto numero di UVA, a testimoniare la necessità di capillarizzazione del servizio e di fornire pari opportunità a tutti gli utenti; si è anche voluta evitare la creazione di centri di costo che avrebbero potuto – involontariamente – fornire indicazioni non valide. È necessaria una corretta organizzazione che dia a tutti la possibilità di operare, poiché le capacità professionali esistono.


Progetto CRONOS: modalità operative in ambito regionale

Il Dott. Scognamiglio ha illustrato il sistema di monitoraggio delle UVA regionali. In Campania sono state attivate 91 UVA, di cui 80 in ASL, 5 universitarie e 6 ospedaliere. L’80% del personale impegnato nelle strutture è personale appartenente alle Unità Operative di Assistenza agli Anziani. È stato chiesto a ciascuna ASL di individuare una UVA Capofila che svolgesse il compito di coordinamento aziendale. Uno dei compiti affidati a queste strutture è la sorveglianza epidemiologica, che si attua a tre livelli. I livello – UVA: compilazione e trasmissione delle schede previste dal Progetto Cronos all’UVA di riferimento aziendale. II livello – UVA Capofila: relazione quadrimestrale al Ministero della Sanità ed all’Assessorato Sanità – Settore Fasce Deboli (questo secondo compito peculiare della Campania). III livello – Istituto Superiore di Sanità: analisi a campione delle schede e redazione di un report riguardante i due anni di attività. Nelle 10 UVA direttamente dipendenti dalla ASL Napoli1 e realizzate nell’ambito delle UOAA operano 24 geriatri. Si svolgono incontri bisettimanali di aggiornamento e viene stilato un report mensile sulle attività svolte. In queste strutture sono stati valutati – al 30.11.200 – 273 pazienti e ne sono stati arruolati 77. Le prospettive future possono essere così riassunte: potenziamento dei servizi di assistenza; supporto psicosociale dei care-giver; mappaggio regionale delle demenze; rilevazione dei bisogni emergenti; valutazione dell’efficacia dei farmaci.

Il Dott. Sorrentino ha illustrato le modalità operative del Progetto Cronos, che prevedono un percorso attraverso azioni strutturate verso una diagnosi. Tale percorso vede due momenti principali rispetto alle modalità di erogazione dei farmaci; un primo momento di erogazione diretta da parte delle UVA, un secondo di prescrizione – dal quinto mese di trattamento – da parte del medico di medicina generale. La scelta caratterizzante dell’Assessorato Regionale alla Sanità della Campania è stata quella di inserire questi pazienti in una rete di protezione identificata nella rete dei servizi per gli anziani. Il trattamento della malattia di Alzheimer necessita infatti di una competenza mista sociosanitaria, che è propria dei servizi per gli anziani. L’ordinamento sanitario regionale della Campania prevede la presenza in ogni Distretto di una Unità Operativa di Assistenza agli Anziani. In tali UOAA è stato inserito il percorso assistenziale per malati di Alzheimer, mantenendo un forte rapporto con il MMG. La presa in carico è piuttosto complessa: diagnosi; valutazione multidimensionale; prevenzione e trattamento delle complicanze; prescrizione dei farmaci; momenti riabilitativi tipologicamente diversi secondo gli ambiti e la gravità; assistenza ai care-giver. Il percorso può essere schematizzato in otto fasi: 1) informazione per i medici e la popolazione; 2) segnalazione da parte dei MMG e creazione di liste d’attesa; 3) prima valutazione da parte dell’UVA; 4) secondo livello di valutazione clinico-diagnostica per i pazienti e valutazione dei care-giver; 5) erogazione del farmaco, informazione del MMG e richiesta di controllo; 6) valutazione ad un mese; 7) valutazione a tre mesi, modifiche del piano di assistenza, ultima erogazione del farmaco da parte dell’UVA, relazione al MMG; 8) valutazioni cliniche semestrali.


Il ruolo della Federazione Alzheimer Italia

La Sig.ra Salvini Porro ha innanzitutto espresso apprezzamento per l’approccio della Regione Campania che vede al centro dell’attenzione la persona e non la malattia di Alzheimer. Nei confronti di questa patologia l’assistenza necessaria è estremamente complessa sotto tutti gli aspetti, ma è soprattutto urgente, urgentissimo che il problema venga affrontato. I problemi relativi alla malattia di Alzheimer, che riguardano o riguarderanno tutto il mondo, non possono essere affrontati da singole persone, professioni o strutture. Sono indispensabili collaborazioni e sinergie. I familiari dei malati sono presenti per testimoniare una esperienza da elaborare per riuscire a programmare – insieme alle altre strutture – gli interventi necessari. Il Progetto Cronos ha avuto il grande merito di centrare l’attenzione sulla malattia di Alzheimer. Le istituzioni devono concedere alle organizzazioni dei familiari e degli utenti la credibilità e l’attenzione necessarie. Ai tavoli di lavoro, assieme a tutti i professionisti, debbono sedere i familiari. La federazione Alzheimer Italia è formata da familiari, medici e altri operatori e vuole costruire una rete attorno ai malati e trasmettere le proprie conoscenze. La FAI è la rappresentante in Italia della Alzheimer Disease International: in nessuna parte del mondo esistono soluzioni definitive, ma dovunque sono disponibili esperienze e conoscenze. Esperienze singole in varie parti del mondo che possono essere trasferite e condivise. Esiste la necessità di comunicazione e trasmissione dell’informazione, della mappatura dei servizi disponibili. La portata internazionale delle associazioni dei consumatori è in continua crescita. Il Consiglio d’Europa ha diffuso una raccomandazione per i governi nazionali riguardo il coinvolgimento dei cittadini malati nell’elaborazione dei piani sanitari nazionali, regionali e provinciali. Non bisogna perdere l’occasione offerta dal Progetto Cronos di creare una reale sinergia. Le emergenze causano perdite economiche per tutti: l’Alzheimer è un’emergenza.


Valutazione tests psicometrici ed altri esami diagnostici

La Dott.ssa Fedi ha affermato che non esistono algoritmi – nel senso di formule matematiche con condizioni necessarie e sufficienti – per porre diagnosi di demenza. La diagnosi resta un atto medico fondato su evidenze provate e condivisibili. È necessaria l’integrazione di dati provenienti da diversi strumenti: clinici (ad iniziare dall’anamnesi), neuropsicologici (ad iniziare dal MMSE), di neuroimaging (TC, RMN). La diagnosi trae comunque molto spunto dalla sensibilità clinica. Anche semplici indagini possono dare importanti indicazioni; ad esempio il MMSE può indicare quali aree cognitive approfondire tramite test specifici; utile risulta il clock-drowing nel far risaltare i deficit di pianificazione. Rapportando i risultati raggiunti al singolo paziente – tramite i coefficienti di correzione per sesso, età e scolarità – e ripetendo le prove nel tempo, i test neuropsicologici sono in grado di fornire numerose informazioni che, unite a quelle provenienti da altri ambiti, danno indicazioni non solo sul tipo di patologia ma anche sul trattamento più appropriato. Deve essere ricordato che anche nella disamina della sintomatologia e nel racconto che ne fanno i care-giver possono trovarsi indicazioni su come eseguire un approfondimento diagnostico tramite testistica e su quali ulteriori dati richiedere ad integrazione del quadro, attraverso ad esempio il neuroimaging. Si può concludere quindi affermando che le indicazioni di un percorso diagnostico, spesso esemplificate attraverso flow-chart – per quanto fortemente strutturate – non rappresentano in realtà un algoritmo.

La Dott.ssa Fragassi ha riaffermato l’importanza dell’esame neurologico nell’iter diagnostico delle demenze. Esso risulta importante nel distinguere sindromi demenziali da pseudodemenze, trattabili; nell’individuare demenze a carattere primitivo o secondario; nel differenziare tra di loro le demenze degenerative primarie. Ad esempio, la valutazione del tono muscolare risulta importante per il ricco quadro neurologico a riguardo che accompagna alcune demenze primarie: pensiamo alle compromissioni motorie nel caso della malattia a corpi di Lewy o alla presenza di movimenti involontari nella malattia di Huntington, che causa anche deficit cognitivi. L’esame neurologico consente quindi una maggiore definizione diagnostica nell’ambito delle forme degenerative primarie, differenziando quelle con isolato deficit cognitivo da quelle accompagnate da un corteo sintomatologico neurologico. Nell’esemplificazione di tale modalità valutativa si è fatto ricorso agli item correlati contenuti nell’ambito della cartella clinica del Progetto ReGAl.

Il Dott. Trojano ha trattato il tema dell’uso dei test neuropsicologici nel processo diagnostico delle demenze. L’ADAS-Cog rappresenta oggi una scala di riferimento, molto usata e sulla cui affidabilità esistono dati provenienti da molti lavori. Nel suo utilizzo è previsto lo studio di una serie di prove cognitive più o meno formalizzate; viene usata specialmente per la valutazione nel tempo dell’efficacia della terapia. Questo tipo di valutazione risulta abbastanza semplice da effettuare. Più complessa è la richiesta di contribuire ad un processo di diagnosi differenziale con l’impiego di test neuropsicologici. In questo caso è indispensabile investigare diverse aree cognitive specifiche con specifici strumenti standardizzati. La scelta dei test da impiegare diventa quindi abbastanza difficile e si preferisce infatti l’utilizzo di batterie. Un criterio di attendibilità è la validazione di queste batterie in Italia e in pazienti anziani; una delle più note ed utilizzate è quella realizzata dal Prof. Caltagirone a Roma. In effetti l’analisi delle singole aree in modo non integrato rende pressoché impossibile la diagnosi differenziale, a causa dei fenomeni di sovrapposizione tra entità diverse. È per questi motivi che all’interno della cartella del Progetto ReGAl è previsto l’uso di batterie di test, tutti validati anche in popolazioni anziane. In conclusione va comunque ricordato che i dati derivanti dai test devono in ogni caso essere integrati da quelli provenienti da altri ambiti, in particolare clinico e di neuroimaging.


Le UVA: dalla distribuzione del farmaco all'assistenza continuativa

Il Prof. Trabucchi ha affermato che il Progetto Cronos, inizialmente pensato e centrato attorno al tema del costo e della possibilità di prescrizione gratuita dei farmaci anticolinesterasici, si sta trasformando – grazie all’impegno dei medici e degli altri operatori – in qualcosa di molto più complesso: una rete efficace nella gestione dei pazienti dementi. Si è vista la costituzione, in poco più di un mese e mezzo, di più di 500 UVA, la maggior parte delle quali funzionante e particolarmente efficienti in Campania. Tale successo deve essere sicuramente annoverato tra le pagine positive scritte dalla medicina italiana ed ha dato luogo ad un movimento organizzativo e culturale. Sono stati stanziati 89 miliardi per progetti di ricerca inerenti la malattia di Alzheimer, il più grosso finanziamento mai deciso in Italia per lo studio di una singola patologia. Sono giunti al Ministero della sanità 100 progetti di ricerca, di qualità mediamente molto alta. Dopo questi aspetti positivi dello scenario, alcuni elementi di criticità. Non si è verificata l’emersione attesa dei pazienti; si è registrato un nuovo paziente ogni 6 o 7 già in trattamento, mentre ne erano attesi circa 3 o 4 volte di più. È il MMG che non invia i propri pazienti all’UVA? Gli stretti controlli delle spese del MMG potrebbero aver influito negativamente sull’invio di pazienti a percorsi diagnostico-terapeutici troppo costosi. Non sono stati realizzati finanziamenti ad hoc (tranne che per la ricerca); le ASL e le Regioni dovrebbero investire di più. La realizzazione del Piano Alzheimer in Lombardia gode di un finanziamento di 25 miliardi annui, con enormi ricadute sul complesso del sistema; in Campania – fatte le debite proporzioni rispetto alla numerosità ed alla struttura per età della popolazione – dovrebbero poter bastare 12 o 13 miliardi. Il protocollo di somministrazione dei farmaci in base al punteggio al MMSE andrebbe perfezionato. Nel caso di un peggioramento delle condizioni del paziente al momento della sospensione della terapia, questa dovrebbe poter essere ripristinata. Si ritiene che circa un 20% dei pazienti debba comunque essere trattato, nonostante si ponga al di fuori dei cut-off indicati dal MMSE; linee guida che producono tali discordanze debbono necessariamente essere ridefinite. Gli effetti sui disturbi comportamentali vengono mal valutati all’interno del progetto. Possibili prospettive di sviluppo sono infine rappresentate dalla evoluzione delle UVA in centri di cultura e formazione; dalla collaborazione delle diverse componenti per il counseling del MMG sugli aspetti terapeutici; dalla creazione di centri regionali di sorveglianza e commento sulle attività svolte per monitorare il sistema con grande attenzione.


Diagnosi differenziale tra malattia di Alzheimer, demenze vascolari e demenze non Alzheimer

Il Prof. Grossi ha centrato il suo intervento sulla trattazione della demenza fronto-temporale, che rappresenta un tema di diagnosi differenziale attualmente cruciale, data la bassa probabilità di risposta dei pazienti che ne sono affetti alla terapia con anticolinesterasici. Mentre la malattia di Alzheimer inizia con disturbi cognitivi e della memoria, la sindrome fronto-temporale inizia con disturbi del comportamento. Quelli di carattere generale sono rappresentati da distraibilità, impulsività, comportamenti compulsivi, anosagnosia. Esistono poi disturbi di tipo inibito, che si concretizzano nella sindrome apatica-abulico-acinetica ed in una sorta di anestesia emozionale. Sono al contrario possibili comportamenti disturbati di tipo disinibito, con perdita dell’adeguatezza sociale e sessuale, tendenza alla fuga in assenza di disturbi dell’orientamento topografico, bulimia, iperoralità. Molti casi di barbonismo sono probabilmente ascrivibili a questo tipo di sintomatologia. Esistono infine disturbi di tipo stereotipico, con comportamenti ritualistici estremamente marcati. Difficoltà esecutive e di progettazione si associano in questa fase ai disturbi comportamentali. All’inizio sono presenti scarsi problemi di memoria e di linguaggio; solo molto dopo appariranno disturbi cognitivi più importanti. La demenza fronto-temporale rappresenta in realtà una sindrome comune a diverse entità nosografiche, tra le quali va ricordata soprattutto la malattia di Pick.



Programma

Ore 09.00
Saluto Autorità
Teresa Armato
Assessore alla Sanità Regione Campania
Bruno De Stefano
Direttore Generale AR. SAN
Angelo Montemarano
Direttore Generale A.S.L. NA 1
Giustino De Luca
Direttore Sanitario A.S.L. NA 1

I Sessione: La malattia di Alzheimer
Moderatori:
M.Varricchio (Napoli)
D. Policicchio (Avellino)

Ore 9.30
E. Rengo (Napoli)
E. Piermatteo (Avellino)
Introduzione

Ore 9.45
U.Senin (Perugia)
Invecchiamento, deterioramento mentale, demenza

Ore 10.05
P. Mecocci (Perugia)
La malattia di Alzheimer nell’anziano tra danno degenerativo e danno vascolare

Ore 10.25
G.Abate (Chieti)
I farmaci per il trattamento della malattia di Alzheimer

Ore 11.00
L. Musti (Napoli)
Le linee programmatiche della Regione Campania nell'assistenza geriatrica

Ore 11.20
M. Scognamiglio (Napoli)
P. Sorrentino (Napoli)
Progetto CRONOS: modalità operative in ambito regionale

Ore 11.40
G. Salvini Porro (Milano)
Il ruolo della Federazione Alzheimer Italia


II Sessione: L'analisi critica dell'algoritmo diagnostico nella malattia di Alzheimer
Coordinatori:
G. Salvioli (Modena),
R. Cerqua (S. Felice a Cancello)

Ore 12.00
V. Fedi (Brescia)
N. Fragassi (Napoli).
L. Trojano (Napoli)
Valutazione tests psicometrici
Valutazione altri esami diagnostici

Ore 13.00 Colazione di lavoro

III Sessione: Progetto CRONOS: Problemi gestionali
Coordinatore:
E. Rengo (Napoli)

Ore 14.30
M. Trabucchi (Roma)
Le UVA: dalla distribuzione del farmaco all'assistenza continuativa

Ore 15.00
D. Grossi (Napoli)
Diagnosi differenziale tra malattia di
Alzheimer, demenze vascolari e demenze non Alzheimer

Ore 15.30
L. Catenno (Aversa)
V.A.Aiosa (Aversa)
G. De Martino (Castellammare di Stabia),
G. Monaco (Napoli)
E.M. Troisi (Avellino)
Prove pratiche per l'utilizzo della Cartella della Regione Campania per la diagnostica delle demenze con prove di autovalutazione su casi
clinici simulati.

Ore 17.00
Conclusione lavori e consegna attestati

Il Prof. U.Senin, il Prof. F.Rengo ed il Dr. A.Montemarano salutano i presenti all'apertura del Convegno


Il Prof. Policicchio ed il Prof. M.Varricchio Moderatori della I Sessione


Il Prof. F.Rengo


Il Dr. E.Piermatteo


Il Prof. U.Senin


La Prof. P.Mecocci


Il Prof. G.Abate


Il tavolo dei Relatori della I Sessione


Dr.ssa L.Musti


Dr. P.Sorrentino


Il Prof. G.Salvioli ed il Prof. R.Cerqua Coordinatori della II Sessione


Il tavolo dei Relatori della II Sessione


Dr. L.Troiano


Dr.ssa N.Fragassi


Prof. D.Grossi


Dr.ssa V.A.Aiosa


Prof. M.Trabucchi


Segreteria


Dr.ssa V.Fedi



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