Apertura dei lavori
Il presidente del CNR, il Prof. Bianco, apre il convegno presentando il nuovo progetto strategico biologia dell’invecchiamento e sue conseguenze sul sistema assistenziale, realizzato in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità. I’iniziativa ha dei punti di contatto col progetto Invecchiare bene è possibile realizzato in passato dal CNR e diretto dal Prof. Amatucci. L’invecchiamento è stato considerato in passato dal CNR una priorità e continua ancor oggi ad esserlo, considerando l’impatto demografico del fenomeno nel nostro Paese. L’Italia, tra i Paesi più longevi al mondo, si trova infatti a vivere in anticipo una condizione demografica che altri Paesi ancora non hanno sperimentato. E’ importante quindi il ruolo di questo progetto strategico congiunto che raccoglie sotto di sé una folta comunità scientifica sotto la guida del Prof. Carbonin. Il Prof. Bianco si augura infine che l’iniziativa si allarghi fino a coinvolgere altre Istituzioni. I problemi legati all’invecchiamento coinvolgono infatti molti campi di interesse come ad esempio l’educazione dei giovani, che devono imparare a vivere in una società che invecchia o l’economia che cambierà il suo assetto per la diminuzione di valide forze lavorative. Il Professore conclude il suo intervento manifestando la speranza che si aggiungano nuove risorse per far crescere un progetto i cui principi sono all’insegna della globalità.
Il presidente dell’ ISS, Prof Benagiano, presenta il progetto strategico come un esempio di collaborazione attiva in cui sono state messe in comune persone e risorse economiche. Il Professore ribadisce l’importanza del tema affrontato. Mentre il XX secolo è stato caratterizzato dall’esplosione demografica che ha visto la popolazione mondiale passare da 1,6 a 6 miliardi di persone in appena 100 anni, il XXI secolo è l’epoca dell’esplosione degli anziani. Nel 1900 gli ultra65enni erano 15 milioni, in base alle proiezioni ISTAT si prevede che questi diventeranno 2 miliardi e mezzo nel 2050. Bisogna poi considerare che nella popolazione anziana cambia la distribuzione delle malattie e delle disabilità. Anche se la durata della vita media è aumentata sono aumentati anche gli anni che gli anziani trascorrono in disabilià. Tutto questo ha un grosso impatto sociale. Il Professore conclude il suo intervento sottolineando il fatto che gli anziani sono una risorsa e che la comunità scientifica deve concentrare la sua attenzione non solo sulla prevenzione dei fattori di rischio responsabili del verificarsi di eventi acuti, ma soprattutto verso il controllo di quei fattori di rischio responsabili dell’evoluzione delle patologie croniche che incidono sullo stato funzionale dell’anziano e che deteriorano quindi la sua qualità di vita .
Lo Scenario Europeo
Il Professor P. Strata ha illustrato, nel corso del suo intervento, alcune delle direttive e delle linee guida adottate dalla Comunità Europea a proposito di organizzazione e finanziamento dei progetti di ricerca. I progetti finalizzati allo studio dell’invecchiamento sono stati individuati nel “Quinto Quadro” come azioni chiave, interventi che, a giudizio di Bruxelles, devono essere beneficiari di pesanti finanziamenti. Il prossimo bando, riguardante il Quinto Quadro, scadrà il 15 Marzo 2001; un bando ulteriore sarà indetto nel 2002 e con questo il Quadro sarà completo. Non sono per ora previsti ulteriori investimenti di questa portata da parte della Comunità Europea per il futuro. Il 18 Gennaio è stato emanato un documento con le prime direttive riguardanti il nuovo Progetto Quadro. Il Professore ha poi ricordato i forti cambiamenti demografici, legati all’invecchiamento della popolazione, che l’Europa sta attraversando. Problematica sarà tra l’altro la mancanza di giovani e quindi di esperienza tecnologica nuova. In particolare si calcola che in Europa mancheranno 1 milione e 800 mila posti di lavoro qualificati. Mai come oggi l’economia di un Paese è legata agli investimenti e alla ricerca; se l’Euro vorrà reggere il confronto con le altre monete occorrerà investire in modo più efficace sulla ricerca. I dati mostrati dal Professore, i quali si rifanno a questi ultimi 10 anni, mostrano come in Giappone la ricaduta economica degli investimenti sulla ricerca sia enormemente alta; negli USA la ricaduta è buona anche se oscillante. In Europa invece si tende ad investire sulla ricerca perdendo però in tecnologia. Fra gli altri dati illustrati ve ne sono alcuni che mostrano come l’Italia, per quanto riguarda gli investimenti sulla ricerca, sia in Europa il fanalino di coda. E’ inoltre interessante notare come vi siano stati degli incrementi negli investimenti sulla ricerca in Paesi estranei all’Unione Europea. Nel Febbraio 2001 dovremmo avere le linee guida definitive che ci permetteranno di prepararci al Sesto Quadro. Un’importante novità sarà il finanziamento di progetti che verranno sostenuti tramite la collaborazione di diversi Paesi; fondamentale sarà quindi il concetto di network. L’obiettivo sarà pertanto quello di costituire dei centri di eccellenza. Questi dovranno convogliare una massa critica di persone, dovranno avere un livello scientifico adeguato e le varie istituzioni partecipanti dovranno collaborare per cofinanziarsi. Solo a questo punto l’UE provvederà ad incrementare i finanziamenti per il progetto. Progetti di ricerca di secondo livello prevedono invece l’individuazione di gruppi molto attivi i cui partecipanti dovranno organizzarsi in reti, aderendo ad una tematica prestabilita. La novità sarà che non si finanzieranno più delle tematiche ma delle reti e dei progetti. Attualmente sta avendo luogo una serie di incontri, che coinvolgono anche l’Italia (vi hanno partecipato il Prof. Strata ed il Prof. Franceschi), in cui vengono presentate le linee principali di ricerca che riguardano i vari Paesi. In proposito si è arrivati all’elaborazione di una matrice (saranno coinvolti, oltre ai due Professori italiani, ricercatori tedeschi e finlandesi) i cui moduli principali saranno costituiti da una parte demografica ed una biologica. In sostanza sarà fondamentale che l’Italia si muova per raggiungere l’allestimento di Centri di Eccellenza nell’ottica di avviare un progetto italiano a cui possano affiancarsi altre strutture di eccellenza. La collaborazione è l’elemento fondamentale in quanto non verrà più promosso il singolo professore, ma i centri dovranno mettere i finanziamenti in comune, in un unico fondo. Questa è in definitiva la strada che persegue la Comunità Europea.
Lo scenario italiano
Il Prof. F. Rengo ha preso in esame, nel corso del suo intervento, alcuni dati riguardanti la produzione di pubblicazioni scientifiche, di ambito geriatrico, in Italia ed in Europa. Il numero delle pubblicazioni scientifiche prodotte in Europa, riguardanti la geriatria, si aggira su una quota che varia dalle 3.000 alle 4.000 unità annue. Considerando solo le produzioni in campo medico, il numero delle pubblicazioni è invece di 2.000 unità l’anno. L’Italia produce appena 400 pubblicazioni l’anno in campo medico geriatrico. Per quanto riguarda la sfera sociale il numero delle pubblicazioni è nettamente inferiore, sia per quanto riguarda l’Europa, sia per quanto riguarda l’Italia. Negli Stati Uniti questo tipo di pubblicazione incide più pesantemente sulla quota totale delle produzioni. Gli U.S.A. infatti sono responsabili del 60% della produzione mondiale delle pubblicazioni geriatriche a carattere sociale, l’Europa contribuisce con il 20 – 25% e, all’interno di questa, l’Italia offre il suo esiguo 2 – 3%. Per quanto riguarda i valori di Impact Factor, gli U.S.A. si attestano su valori di 7 – 8.000. L’Europa raggiunge valori medi di 4 – 6.000 e la sola Italia non va oltre la media di 500. Gli U.S.A. contribuiscono col 50% del valore totale di I.F. riguardo la ricerca medica in ambito geriatrico, l’Italia non raggiunge il 5%, con valori decisamente più appiattiti per quanto riguarda l’ambito sociale dove gli U.S.A contribuiscono invece con valori del 61%. Il Professore ha infine mostrato un’analisi delle pubblicazioni italiane riguardanti la geriatria, effettuata tramite una query con modalità automatica su Medline attraverso diverse chiavi di ricerca. Le chiavi di ricerca utilizzate erano elderly + ageing, elderly group human e ageing group animal. La parola chiave che seleziona il numero massimo di contributi è elderly group human, mentre la combinazione elderly + ageing seleziona circa 42.000 risposte. Procedendo con un’analisi "manuale", sono stati analizzati i contenuti degli articoli selezionati e si è potuto osservare come la chiave elderly group human selezioni qualsiasi lavoro in cui compaia nella casistica un ultra65enne, evidenziando quindi una scarsa specificità per quanto riguarda il campo della geriatria. Gli articoli che riguardano in modo specifico la geriatria, sempre per quanto riguarda quest’ultima chiave di ricerca, sono solo il 10 – 12%. In sostanza la specificità è garantita solo con un’indagine manuale. Secondo il Professore sarebbe utile allestire un gruppo di ricerca per stabilire delle linee guida che permettano di effettuare delle ricerche bibliografiche mirate, selezionando i lavori di interesse clinico, separandoli da lavori che coprono altri campi di interesse come quelli della sfera sociocomportamentale.
Vecchiaia ed invecchiamento: opinioni e comportamento dei giovani
Il Prof. A. Golini ha aperto il suo intervento mostrando i lucidi tratti dalla relazione “anziani” curata per il Dipartimento degli Affari Sociali e presentata pochi giorni fa al Parlamento. Dalla relazione emerge come le regioni Italiane stiano sperimentando diversi gradi di invecchiamento della popolazione. In particolare, la Liguria è la regione con un numero maggiore di ultra65enni, la regione più giovane è invece la Campania seguita dalla Puglia e dalla Sardegna. La condizione della Campania non deve però distrarci, incalza il Professore, dal fatto che l’invecchiamento è un processo inevitabile: le regioni più giovani si dovranno confrontare con un più alto tasso di incremento della popolazione anziana. Un crollo dei tassi di incremento e del numero degli anziani, viceversa, sarà sperimentato, nei decenni in avvenire, dalla Liguria. Le sfide che dobbiamo affrontare riguardano, da una parte, le regioni ad altissimo tasso di invecchiamento, dall’altra le regioni più giovani che dovranno adeguarsi al cambiamento demografico riadattando le loro strutture sociosanitarie. Il Professore è passato successivamente ad esporre i dati riguardanti un’indagine effettuata tramite la somministrazione di un questionario a 1200 ragazzi delle scuole medie superiori delle città di Roma, Benevento, Alatri e Avellino. Lo studio aveva l’obiettivo di valutare le opinioni ed il comportamento dei giovani in rapporto ai temi legati all’invecchiamento. I risultati ottenuti mostrano, sottolinea il Professore, come i giovani abbiano delle idee chiare e corrette in tema di invecchiamento. In qualunque città abitino i giovani reputano anziane le persone che hanno un’età di 62 anni e vecchie quelle che hanno un’età di 72 anni, con una variabilità minima in relazione al sesso, all’età ed alla città di appartenenza. La percentuale più alta dei giovani intervistati (58%) ritiene che si debba giudicare vecchia una persona in base alle sue condizioni fisiche, viene invece a crollare il concetto in base al quale l’individuo debba essere giudicato anziano in base alle sue condizioni psichiche e mentali. Il 71% dei giovani pensa che le più comuni malattie che incidono sulle capacità fisiche anticipino la vecchiaia. Il 93%, e questo senza alcuna variabilità, è convinto che uno stile di vita sano sia in grado di garantire una buona vecchiaia. Il 92% degli intervistati ha un nonno, il 45% dichiara di avere 3 o più nonni. Il contesto familiare in cui i giovani vivono, osserva il Professore, è cambiato rispetto al passato e forse questo ha influenzato positivamente le idee dei giovani riguardo l’invecchiamento. Il questionario indagava inoltre alcuni aspetti della vita sociale dei ragazzi, al fine di indagare in che modo questi potessero influenzare il loro modo di pensare. I dati mostrano un quadro piuttosto eterogeneo anche in relazione al fatto che i ragazzi intervistati provenivano in parte da centri urbani ed in parte da un centri abitativi più piccoli. E’ interessante notare come il comportamento degli intervistati non sia in realtà coerente con le opinioni espresse. Del 97% delle persone che affermano che lo stato di salute è importante ai fini di un buon invecchiamento, il 33% dichiara di fumare. La prevalenza è maggiore per le ragazze. In particolare fumano di più i ragazzi che provengono da un centro urbano. Una buona percentuale di questi ragazzi beve alcolici anche se in quantità modeste. Il 13% dichiara di fare uso di sostanze stupefacenti (includendo in questa categoria sia i cannabinoidi che le droghe pesanti). Un altro dato allarmante, che emerge dall’elaborazione delle risposte a domande riguardanti la sfera personale degli intervistati, è che i giovani soffrono di forme depressive che vanno al di là delle crisi adolescenziali. Gli adolescenti manifestano, a giudizio della psicologa che ha valutato i dati, forme depressive latenti che col tempo potrebbero produrre attacchi più intensi e pericolosi. I dati mostrano in particolare una discrepanza tra la salute percepita e quella vissuta. Il 94% dei maschi ed il 74% delle femmine dichiarano di sentirsi in buona salute ma solo il 43% dichiara di sentirsi in perfetta forma fisica. Tutto questo indipendentemente dalle condizioni economiche e sociali che sono giudicate dalla quasi totalità degli intervistati come buone o ottime.
I risultati della ricerca biogerontologica
Il Prof. Franceschi, nel corso della sua relazione, ha illustrato parte delle acquisizioni derivate dalle sue esperienze di studio sui centenari. Il Professore ha aperto il suo intervento illustrando la peculiarità demografica della regione Sardegna ove è presente un gran numero di centenari di sesso maschile. In particolare la regione del Nuorese sta divenendo una sorta di target per gli studi genetici e biologici sulla longevità estrema. Fra gli studi effettuati il Professore ha ricordato quelli genetici basati sulla mappatura del cromosoma Y dei centenari sardi. Per quanto riguarda quest’aspetto, non sono state rilevate sostanziali differenze fra i centenari e gli altri individui sardi di sesso maschile. Lo studio dovrà comunque essere esteso anche ai centenari continentali. Studi effettuati sui geni che controllano le risposte allo stress mostrano come una migliore capacità di risposta è correlata in senso positivo ad una maggiore longevità. La risposta agli stimoli antigenici rappresenta un modello di studio dello stress. Nell’anziano si verifica una serie di cambiamenti dell’assetto immunitario caratterizzata da un aumento delle cellule filogeneticamente ancestrali, come i macrofagi e le NK, e da un’ alterazione dell’assetto del pattern delle cellule della serie linfocitaria. In particolare, spiega il Professore, c’è una diminuzione delle cellule vergini, mai sottoposte a stimoli antigenici, ed un aumento delle cellule della memoria, le quali hanno, a loro volta, un effetto inibitorio sulle cellule vergini. Il numero delle cellule CD 95-, ad esempio, tende ad azzerarsi in età geriatrica. In particolare, un alto numero di cellule della memoria è associato ad una minore aspettativa di vita. Le alterazioni del sistema immunitario legate alla senescenza sono influenzate dalla risposta dell’organismo agli stimoli antigenici che, d’altro canto, aumentano con l’età: basti pensare ad esempio ai processi infiammatori cronici. Il miglioramento delle condizioni igieniche nei Paesi sviluppati ha contribuito alla selezione di un assetto immunitario più favorevole per quanto riguarda la longevità. Una controprova è data dal fatto che individui appartenenti a Paesi in via di sviluppo mostrano un pattern immunitario più vecchio in relazione all’età. Le persone affette da AIDS mostrano poi segni di precoce invecchiamento del sistema immunitario. In sostanza l’invecchiamento umano è caratterizzato da uno stato di iperattività del sistema immunitario e dall’instaurasi di uno stato proinfiammatorio. I dati che il Professore ha illustrato mostrano un aumento età correlato dell’ IL 6. Alti livelli di IL 6 sono positivamente correlati con un’alta probabilità di andare incontro a disabilità e con una mortalità maggiore. Studi effettuati su gemelli omozigoti mostrano come i livelli sierici di IL 6 siano sotto controllo genetico. Importante è lo studio dell’influenza di altri fattori che modificano la risposta dell’organismo allo stress come ad esempio i geni che codificano per le diverse isoforme dell’apo E. La soglia di disabilità viene raggiunta nei grandi produttori di IL 6 più o meno rapidamente in base all’influenza di questi fattori. Un ultimo accenno del Professore è stato rivolto al fatto che dovranno essere effettuati studi più approfonditi per chiarire il ruolo degli antiossidanti, in particolare della vitamina E la cui concentrazione (a differenza di quella della vitamina C) rimane alta nei longevi.
La realtà epidemiologica
La Prof. ssa Maggi ha aperto il suo intervento mettendo in evidenza come negli ultimi anni si sia registrata, nella popolazione anziana, una diminuzione dei tassi di mortalità, specialmente quelli legati alle patologie cardiovascolari. L’incidenza delle patologie croniche è anch’essa in calo, ma non con lo stesso spiccato tasso di declino. E’ interessante notare come l’aumento dell’aspettativa di vita registrato si accompagni ad un aumento degli anni di vita spesi in condizioni di disabilità. Questa tendenza, come è emerso nel congresso tenutosi il mese scorso a Tokyo, è stata rilevata in tutti i Paesi industrializzati. Lo studio ILSA, nel contesto del quale sono stati analizzati i fattori di rischio che influenzano il declino dello stato funzionale fisico e cognitivo degli anziani, permette di chiarire alcuni aspetti di questo fenomeno. Nella coorte studiata si è rilevata una diminuzione degli anziani privi di disabilità (in relazione ai punteggi ottenuti con l’ ADL), con un aumento degli anziani colpiti da disabilità severa e grave ed una diminuzione di quelli colpiti da un grado lieve della stessa. E’ importante considerare, sottolinea la Professoressa, l’effetto congiunto dei diversi fattori di rischio per la disabilità. Mentre l’artrosi del ginocchio, evento frequente nella popolazione anziana con tassi di incidenza > 50%, comporta un rischio relativo di 4 per il verificarsi delle condizioni di disabilità e le patologie cardiovascolari da sole raddoppiano il rischio, il determinarsi di entrambi gli eventi patologici porta ad un RR di 14, con un evidente effetto moltiplicativo. Il declino della mortalità per patologia ischemica è senza dubbio dovuto a fattori quali l’organizzazione di unità di terapia intensiva coronarica che permettono un’assistenza tempestiva, il miglioramento della farmacoterapia e delle tecniche operatorie e così via. Un declino importante della mortalità potrebbe ancora essere ottenuto, secondo la Professoressa, puntando di più sulla correzione dei fattori di rischio. Nella coorte ILSA (costituita da ultra65enni) il 75% dei pazienti era un fumatore, di questi l’85% lo era da più di 20 anni. Il 40% dei pazienti presentava obesità ed il 35% era diabetico. In Italia il controllo dell’ipertensione risulta essere meno efficace rispetto a quello ottenuto negli altri Paesi, come dimostrato dai tassi di incidenza di ictus che sono maggiori nella nostra nazione. La Professoressa ha enfatizzato inoltre come sia possibile ottenere un certo grado di recupero funzionale nei soggetti colpiti da disabilità. Il 43% dei pazienti ILSA che mostravano disabilità di grado lieve a distanza di tre anni ha ottenuto il recupero delle capacità funzionali, ed il 12% ha comunque giovato di una certa forma di miglioramento. Un certo grado di recupero è stato registrato per i soggetti che presentavano una totale dipendenza alle IADL. Questa possibile reversibilità potrebbe essere potenziata tramite la correzione dei fattori di rischio. E’ fondamentale, osserva infine la Professoressa, che il sistema sanitario si orienti verso la prevenzione dei fattori di rischio per la disabilità piuttosto che verso una politica tesa puramente a diminuire i tassi di mortalità, questo permetterebbe inoltre di ottimizzare le spese sanitarie.
I modelli assistenziali innovativi
Il Prof. Bernabei ha riferito esperienze di progettazione e realizzazione di servizi assistenziali innovativi e di creazione di banche dati a riguardo. Il Piano Sanitario Nazionale prevede l’esistenza di servizi territoriali, da privilegiare nell’assistenza all’anziano. Fondamentale risulta in questo campo la capacità di integrazione delle varie strutture. In concreto, si tratta di analizzare il ruolo svolto dai due poli rappresentati dall’ospedale e dall’assistenza domiciliare. La prima banca dati – relativa al versante dell’ospedale – avuta a disposizione è stata quella del GIFA, che al momento può contare su circa 18.000 osservazioni. L’analisi storica di tali dati mostra come il momento di sostanziale modificazione delle modalità di assistenza all’anziano in ospedale sia rappresentato dall’introduzione dei DRG. La degenza media è passata da 17 a 11 giorni; è diminuita la mortalità intraospedaliera totale e da patologia neoplastica; è diminuita la mortalità intraospedaliera degli ultra80enni. L’ospedale quindi non si fa più carico della cronicità, ma limita la sua funzione al momento dell’acuzie. Per quanto riguarda l’assistenza domiciliare, bisogna innanzitutto ricordare come – all’inizio degli anni 90 – questa si basasse su metodologie di intervento estremamente eterogenee. Tali diversità rendevano più complessa la rilevazione dei dati, e di conseguenza la progettazione di modelli innovativi. Fu proposto comunque un primo modello, centrato sulla figura del coordinatore del caso, che produsse buoni risultati. Seguì un modello esteso, caratterizzato dall’introduzione di uno strumento comune di valutazione multidimensionale, rappresentato dal VAOR. L’uso di questo strumento di seconda generazione (validato nei confronti del Barthel Index, del MMSE, dell’Indice di Lawton), ad integrazione del case-management, ha permesso di ottenere risultati ancora migliori; ad esempio si è ottenuta una ulteriore diminuzione dell’ospedalizzazione. In base a queste esperienze, non solo oggi è possibile comparare l’attività ed i risultati di 16 realtà che operano con metodologia omogenea sul territorio nazionale, ma sono anche comparabili dati italiani con dati internazionali. Si sono ad esempio delineate similitudini tra le popolazioni assistite in assistenza domiciliare in Italia ed in Giappone, notevolmente più compromesse rispetto a quelle di USA e Canada.
Tavola rotonda
Il Dott. Cascello, dell’Ufficio Ricerche del Ministero della Sanità, ha confermato lo stanziamento di oltre 80 miliardi per progetti di ricerca sulla malattia di Alzheimer; entro il 20 dicembre dovrebbe concludersi la definizione dei progetti e quindi del tipo di ricerca da svolgere, che vedrà comunque come principali direttive quelle biomedica ed assistenziale. Ha confermato inoltre l’impegno del Ministero nel rinvenimento di ulteriori fondi da destinare alla ricerca, che dovrebbero superare i 100 miliardi. Ha riferito infine come però dall’analisi di circa 5.000 pubblicazioni di carattere biomedico risulti che alcune linee di ricerca ufficiali di alcuni istituti non coincidano con quelle effettive.
La Dott.ssa Nicofazio, del Ministero della Solidarietà Sociale, ha espresso grande apprezzamento riguardo il Progetto Strategico Invecchiamento. Il tema è di fondamentale importanza perché questa iniziativa, che fa seguito al Progetto Finalizzato Invecchiamento, fornisce elementi scientifici fondamentali, informazioni sugli aspetti sociali ed economici, al di là dell’aspetto demografico. Ne possono derivare indicatori utili per programmare strategie politiche sociali a sostegno degli anziani, non solo per i bisogni complessi, ma per promuovere la salute come benessere globale, sostenere l’invecchiamento attivo e il coinvolgimento personale. Nell’ottica di una piena concordanza delle strategie politiche sociali ed assistenziali, è importante il contatto continuo con il Comitato di Coordinamento del Progetto. Anche in ambito europeo viene spesso citato il lavoro che il CNR ha svolto sull’invecchiamento, lavoro apprezzato e condiviso. L’approvazione della legge sull’assistenza sociale – dopo quelle riguardanti sanità e settore previdenziale – ha rappresentato un evento importante per il sostegno dei diritti dei cittadini in ambito sociale e di qualità della vita. La legge prevede servizi di sostegno alla persona ed alla famiglia. Un articolo è specificamente dedicato agli anziani non autosufficienti. È espressamente previsto un potenziamento dei servizi di assistenza domiciliare – che diventa uno dei tratti caratterizzanti della legge stessa – al fine di mantenere il più a lungo possibile il legame dell’individuo con la propria vita affettiva, sociale e culturale. Nel fondo nazionale per le politiche sociali vi sarà una destinazione annuale per gli anziani non autosufficienti. Particolare sostegno verrà fornito a progetti e linee di intervento operative innovative sul territorio, che potranno anche servire da indicatori. Il miglioramento della qualità della vita potrà essere ottenuto soltanto attraverso l’integrazione dei servizi.
Il Prof. Rotilio, del Consiglio Direttivo del CNR, ha testimoniato l’impegno di questo organo a trasmettere e ripetere nel tempo le esperienze derivanti dai migliori progetti del CNR. È per questo che si è trovato subito l’accordo per proseguire il lavoro iniziato dal Progetto Finalizzato Invecchiamento in questo Progetto Strategico. Il CNR ha voluto una azione di concerto tra MURST e Ministero della Sanità, che ha rappresentato il primo grande accordo di programma. È auspicabile il varo di un PFI di seconda generazione appena le condizioni lo permetteranno, probabilmente nel 2002. Il CNR non può essere assente rispetto alle problematiche dell’invecchiamento della popolazione, con una attenzione particolare alla ricerca di base, che resta sua competenza specifica. Il CNR, riformando la propria rete, ha voluto tenere ferma la presenza della sezione invecchiamento come linea prioritaria di studio. Ne è testimonianza il centro di Neuroscienze dell’Università di Padova, noto per l’alto livello della sua struttura e per la sua autorevolezza.
Il Prof. Strata, a nome del MURST, ha confermato la cifra di 480 miliardi prevista per la ricerca biomedica nel Piano Nazionale della Ricerca. Nel piano non è prevista una specifica voce “invecchiamento”, come del resto non sono previste specifiche per singole patologie. Il 68% dei progetti strategici riguardano le reti dei centri di eccellenza, in relazione alle linee di finanziamento europee.
Il Prof. Farchi, dell’Istituto Superiore di Sanità, ha innanzitutto ricordato la Conferenza Interministeriale sulla salute promossa dal Ministro della Sanità Prof. Veronesi. Tale approccio intersettoriale – che deve essere comune a Governo e Regioni – è un esempio particolarmente valido in relazione al tema degli anziani. Il Ministro Veronesi ha toccato argomenti che, pur essendo di carattere generale, riguardano soprattutto gli anziani, come la solitudine, il disagio sociale: se è vero che esistono 7 milioni di poveri in Italia, questi sono soprattutto anziani e si trovano soprattutto al sud del Paese. Il carico di disabilità a parità di età è probabilmente diminuito negli ultimi anni. Il nuovo studio sull’invecchiamento (che prosegue quello del 1992) ci permetterà di verificare tale cambiamento. In Italia potremo forse rispondere al quesito circa la effettiva possibilità di una compression of morbidity. Nel 2002 lo studio di una nuova coorte di anziani – da confrontare con quella del 1992-95 – ci potrà indicare se i guadagni registrati sono solo in termini di sopravvivenza o anche di salute. Lo Studio MONICA, ad esempio, mostra che si è verificata una diminuzione di mortalità per eventi cardiovascolari maggiori quali l’infarto del miocardio, mentre l’incidenza negli anni 1984-94 è diminuita proporzionalmente meno. La frequenza di eventi minori è stata sostanzialmente costante. La diminuzione della letalità delle singole patologie testimonia probabilmente una vittoria della tecnologia; pochi, al contrario, i frutti della prevenzione. A questo proposito, esistono indicazioni OMS riguardanti azioni dirette a favorire un invecchiamento attivo e particolarmente importante è giudicata la promozione della integrazione sociale e culturale dell’anziano. Un processo di integrazione è auspicabile anche tra le istituzioni che si occupano dello stesso problema. Tale processo potrebbe condurre alla creazione di un osservatorio nazionale sull’anziano basato su strutture già esistenti.
Il prof. Senin, Presidente della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria, ha rivolto un ringraziamento a chi ha saputo realizzare la sinergia CNR-ISS, che ha permesso al lavoro iniziato col PFI di non interrompersi per mancanza di risorse finanziarie. Alcune valutazioni positive. I risultati prodotti da questa infinità di ricerche svolte da molti validissimi ricercatori forniscono informazioni di estrema importanza. La popolazione invecchia in maniera intensa e veloce; l’aumento di 5 volte degli ultra80enni è un dato fondamentale di riflessione e rappresenta un elemento guida nella programmazione della ricerca e dell’assistenza. Lo Studio ILSA ha permesso finalmente di disporre di dati italiani, frutto della ricerca italiana, riguardo l’impatto che invecchiamento e malattia hanno sulla disabilità. Sappiamo così che in Italia, dopo i 65 anni, un terzo dell’aspettativa vita è legato a condizioni di disabilità. Di grandissima rilevanza, poi, gli studi per la messa a punto di strumenti di valutazione, soprattutto in rapporto agli anziani fragili. Tali studi, a loro volta, hanno consentito la sperimentazione di modelli assistenziali nuovi. Le risorse economiche impiegate hanno quindi avuto una ottima ricaduta in termini di ricerca. Ma qui si apre una serie di considerazioni negative. Scarsa è stata la ricaduta in termini di realizzazioni assistenziali da parte dei governi periferici e regionali, quasi a suggerire una sorta di sfiducia nei dati scientifici. Il POA, nelle sue varie stesure, rimane sostanzialmente un “fatto di carta”. Nella riorganizzazione delle lauree specialistiche universitarie, nella trattazione degli obiettivi qualificanti la laurea in Medicina, la parola “anziano” compare soltanto quando si parla della capacità di integrare processi diagnostici e terapeutici nell’“adulto e nell’anziano”. Non si parla mai dell’insegnamento delle modificazioni età-correlate, che hanno necessarie ripercussioni sul trattamento, non si parla mai di disabilità. È come se, in quest’ambito, l’anziano fosse ancora considerato un soggetto che la medicina si trova ad incontrare sporadicamente. Esiste in sostanza, una sorta di schizofrenia tra i risultati della ricerca scientifica e il loro trasferimento nella pratica assistenziale e normativa.
Il giornalista Luciano Onder, trattando dell’informazione sul tema degli anziani, ne ha sottolineato soprattutto gli aspetti negativi. Caratteristica dell’informazione medico-scientifica è la proposta di notizie sensazionalistiche. Questo avviene attraverso la ricerca di episodi di malasanità o la scelta di privilegiare l’informazione sui successi della medicina. Quindi la possibilità di sottoporsi a lifting o quella di raggiungere i 120 anni occupano le prime pagine, e l’anziano è presentato soltanto come colui che raccoglie i buoni risultati di questa medicina. Al contrario, i problemi reali con difficoltà passano sui media. Vince il concetto di una informazione corretta in termini di audience, televisivamente corretta, rassicurante. Si attua una rimozione a carico dei problemi della prevenzione, dell’organizzazione dei servizi, della disabilità, della morte. Tale medicina sensazionalistica è dannosa per la salute degli anziani, che si trovano a disagio nell’affrontare le discrepanze tra difficoltà reali e successi presentati in televisione. Bisogna anche chiedersi quanto gli organi di stampa abbiano contribuito al verificarsi di episodi negativi, presentando in modo acritico alcuni eventi – quale il caso Di Bella – e favorendo lo scoop a danno di una realtà spiacevole. L’informazione medico-scientifica dovrebbe essere vera informazione di servizio, fornendo ad esempio notizie precise su dove e come ottenere risposte ai propri bisogni. Spesso il linguaggio dei giornalisti non è abbastanza chiaro, specialmente quando diretto all’anziano: il messaggio non arriva, o arriva distorto, al destinatario. È necessario che l’opera del giornalista si basi su una etica dell’informazione e tenga sempre presente che l’articolo letto da un paziente può avere influenza sulle sue scelte sanitarie e di vita, scelte che necessariamente coinvolgono la famiglia. Un anello debole della catena di trasmissione delle notizie – a partire da chi fornisce i servizi fino a raggiungere l’utente finale – è riscontrabile nelle strutture che dovrebbero fungere da filtro, da interprete, da divulgatore dell’informazione medico-scientifica, rappresentate dagli uffici stampa. Il Ministero della Sanità, ad esempio, non ha un ufficio stampa, mentre esiste un ufficio stampa personale del Ministro. È auspicabile che in tutti i grandi istituti vengano creati efficienti uffici stampa, in grado di trasmettere in modo adeguato notizie sulle attività svolte e i risultati raggiunti.
Programma
9,00-9,30 APERTURA Presidenti del CNR e ISS
9,30-11,30 LA RICERCA ITALIANA Moderatori G. CREPALDI - D. INZITARI
Lo scenario europeo P. STRATA
Lo scenario italiano F. RENGO
Vecchiaia e invecchiamento: opinioni e comportamenti dei giovani A.GOLINI
I risultati della ricerca biogerontologica A. FRANCESCHI
La realtà epidemiologica S. MAGGI
I modelli assistenziali innovativi R. BERNABEI
11,30-13,00 TAVOLA ROTONDA Le valutazioni dei risultati Moderatori P. CARBONIN - G. FARCHI Hanno dato la loro adesione: * On.le S. COSTA * Prof. G. FARCHI * Dr. R. MINELLI * Dr.ssa N. NICOFAZIO * Dr. L. ONDER * Dr. F. PALUMBO * Prof. G.ROTILIO * Prof. U. SENIN * Prof. P. STRATA
13,00-13,30 CONFERENZA STAMPA
13,30-14,30 INTERVALLO
14,30-19,00 I CONTRIBUTI DELLE UNITA' OPERATIVE DEL PROGETTO STRATEGICO C.N.R-I.S.S.
Epidemiologia e servizi Aula Convegni Moderatore E. SCAFATO
Gerontobiologia Aula Conferenze II piano Pentagono Moderatore W. MALORNI
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Il Prof. G. Crepaldi

Il Prof. P. Strata

Il Prof. C. Franceschi

Il Prof. F. Rengo

Il Prof. A. Golini

Il Prof. R. Bernabei

Il Prof.P.Carbonin, la Dr.ssa N.Nicofazio (Min. Affari Sociali)

Il Prof.G. Farchi

Il Prof.U.Senin nel corso del suo intervento nella tavola rotonda

Il Dr. Luciano Onder

Il Prof. C.Balacco Gabrieli

Il Dr.G.Landi

Il Prof. M.Franceschi

La Dr.ssa M.Baldereschi

Il Dr. G.Gambassi

Il Dr.A.Di Carlo

Il Prof. D.Inzitari

Il Prof. C. Gandolfo

Il Prof. N. Marchionni

Il Dr. E.Manzato

La Sigra M.Lanzara e la Sig.ra A.L.Famà

Il Prof. N. Canal

Il Moderatore della sessione pomeridiana Dr. E. Scafato
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