INAUGURAZIONE
Si è inaugurata stamattina alla Fiera di Roma PTE-Expo, la prima manifestazione fieristica dedicata al mondo degli anziani in tutti i suoi aspetti, che vedrà lo svolgersi parallelo di esposizione e convegni, realizzata grazie all’impegno di Mauro Grillini, della Finmark di Bologna. Dal 10 al 12 febbraio si potrà partecipare a sedici convegni di carattere geriatrico e gerontologico, che tratteranno di temi che vanno dalla formazione dei medici alla progettazione di ambienti terapeutici, dai programmi riabilitativi individuali alle applicazioni di telemedicina. Da sottolineare la reale interdisciplinarità della trattazione, assicurata dagli interventi di medici, architetti, responsabili di strutture per anziani, designer, informatici. Nella parte fieristica sarà possibile visitare oltre novanta stand in cui vengono presentati i prodotti dedicati alla terza età, non solo nell’ottica dell’ausilio alla disabilità, ma della proposta di quanto le aziende offrono più globalmente riguardo le abitudini di vita degli anziani, dall’attività fisica alla progettazione di abitazioni ai portali internet dedicati.
Nella cerimonia di inaugurazione il Prof. Domenico Cucinotta (Direttore del Dipartimento di Medicina Interna e dell’Invecchiamento – Azienda Ospedaliera di Bologna) responsabile del Comitato Scientifico, ha sottolineato l’importanza di iniziative di questo tipo nel nostro Paese, dove il numero degli ultra65enni ha superato quello dei giovani. Numero che continuerà ad aumentare: per il 2020 le proiezioni demografiche prevedono due ultra60enni per ogni ventenne. È quindi giunto il momento per tutti gli operatori del settore di prendere conoscenza di quanto disponibile per interventi qualificati nell’universo terza età.
Il futuro della memoria tra tecnologia e tradizione
Il Dott. Luciani – Amministratore delegato di Intrage – ha presentato il sito www.Intrage.it nato un anno fa come il primo portale interamente dedicato agli ultra50enni. Intrage nasce per rispondere alla separazione che la tecnologia ha creato nella società tra i giovani, che più facilmente utilizzano le tecnologie di avanguardia - compresa la rete - dagli adulti, in genere meno propensi ad introdurre l’informatica nella loro vita. Bisogna riportare la tecnologia verso i detentori della tradizione, cioè gli anziani per ricomporre questa scissione. Intrage vuole portare in rete chi ancora non c’è per età, cultura o disponibilità economica. Il primo e più importante scopo è mettere in contatto gli anziani fra di loro e con i più giovani. Intrage è dedicato alle nuove età, a coloro che vivono al di fuori delle età, che mantengono la curiosità e la voglia di confrontarsi. La maggior parte degli anziani non ha però il computer o non lo sa usare. Abbiamo pensato allora di formarli attraverso l’apertura di centri di navigazione denominati le Cambuse di Intrage. A Roma in novembre è stato inaugurato da Pippo Baudo il primo centro, provvisto di otto PC, in Via Massaia 49. Si possono seguire corsi di un’ora al giorno per due o tre settimane o si può usare il centro come net-point.
Conferenza stampa ANSDIPP: Convegno EDE – Venezia 2001
Il Dott. Nizzardo, Presidente dell’ANSDIPP (Associazione Nazionale Segretari Direttori e Dirigenti delle Istituzioni Pubbliche e Private di Assistenza), nel corso della conferenza stampa ha apprezzato che il tema degli anziani venga affrontato in più ambiti e più sedi. Il terzo millennio sarà quello in cui gli operatori dovranno adoperarsi sempre più per far vivere l’anziano nel modo migliore. Le strutture per anziani hanno modificato la loro strategia: sono uscite dalla logica della gestione del posto letto scegliendo l’apertura sul territorio e l’integrazione con le altre realtà periferiche. Ad esempio nel concetto di RSA è implicito quello di elevato impatto riabilitativo. Su questi temi ci confronteremo a Venezia nel corso del 7° Congresso Europeo EDE “Le nuove politiche europee di welfare come momento di unificazione sociale” che si svolgerà dal 16 al 18 maggio 2001 nel Palazzo del Cinema. Riassumendo il tema in uno slogan diremmo “da una moneta unica ad un’unica socialità”: l’unione europea si è costituita infatti intorno a una moneta lasciando in secondo piano l’attenzione ai valori sociali. Gorbaciov, Dario Fo, Rita Levi Montalcini, Francesco Antonini con la loro partecipazione daranno testimonianza del forte messaggio proveniente dai Grandi Vecchi. Particolare attenzione viene rivolta dall’ANSDIPP alla formazione dei dirigenti: a questo proposito sono state prese iniziative di collaborazione con le Università di Padova, Bologna e Milano e con la Società Italiana di Gerontologia e Geriatria. Un ulteriore momento di incontro con la SIGG sarà rappresentato dallo svolgimento della Convention annuale dell’ANSDIPP all’interno del Congresso Nazionale di Perugia della Società di Geriatria. I canali informativi dell’Associazione sono rappresentati soprattutto dalla rivista Agorà e dal sito internet www.ansdipp.it.
Progettare la riabilitazione: come costruire progetti e programmi riabilitativiindividuali
Un principio fondamentale, esordisce il Prof. Nino Basaglia nel suo intervento, è quello per cui in ambito riabilitativo non si debba più puntare l’attenzione alle singole menomazioni bensì alla cura dell’individuo considerato nella sua globalità. Non bisogna pensare quindi di somministrare gli interventi riabilitativi “in pillole”, cioè come prestazioni episodiche da erogare per un determinato periodo di tempo a ore prestabilite. L’obiettivo dell’intervento riabilitativo deve essere la presa in carico globale del paziente che si traduce nell’organizzazione della giornata per lo sviluppo del potenziale di recupero della persona, ed il tutto deve essere finalizzato all’outcome che deve rappresentare l’esito di tutti gli interventi attuati. Un altro punto fondamentale è il passaggio dal concetto di operatore unico a quello di unicità ed unitarietà del progetto riabilitativo definito come: un processo di soluzione dei problemi e di educazione, nel corso del quale si porta una persona disabile a raggiungere il miglior livello di vita possibile sul piano fisico, funzionale, emozionale, con la minor restrizione possibile delle sue scelte operative, pur nell’ambito della limitazione della sua menomazione e della quantità e qualità di risorse disponibili. L’educazione quindi assume un aspetto importante e va intesa nel senso più ampio del termine tenendo in considerazione sia le esigenze del paziente che quelle dei familiari. E’ inoltre importante osservare che l’obiettivo dell’intervento non deve essere, ad esempio, quello che mira semplicemente al recupero della funzionalità di un’articolazione o alla risoluzione della spasticità; questi aspetti devono rappresentare delle tappe verso il raggiungimento di un obiettivo: il miglioramento della qualità della vita in senso globale. E’ importante la distinzione tra riabilitazione medica e riabilitazione sociale: i due momenti sono distinti ma è fondamentale che siano gestiti in modo integrato. In particolare l’attività sanitaria di riabilitazione può essere definita come: Il complesso di interventi valutativi, diagnostici, terapeutici e delle altre procedure finalizzate a portare il soggetto disabile a muoversi, mangiare, comunicare efficacemente e a farlo tornare attivo nel proprio ambiente familiare, lavorativo, scolastico, sociale. Le due principali tipologie di intervento riabilitativo, spiega il Professore, sono: 1) riabilitazione basata sul servizio erogato; 2) riabilitazione orientata all’outcome. La prima si basa sull’identificazione dei problemi orientata sulle singole menomazioni; la seconda è incentrata invece sul paziente e la menomazione è vista come un fattore che incide sulla sua qualità della vita. Nella prima tipologia d’intervento i parametri di valutazione sono definiti in accordo col singolo operatore professionale, il logopedista ad esempio si occuperà esclusivamente del linguaggio; nella seconda tipologia invece i parametri di valutazione si basano sui bisogni del paziente valutato, in rapporto all’outcome il quale varierà a seconda dell’ambiente di dimissione. Ad esempio l’outcome sarà diverso a seconda che si voglia raggiungere l’indipendenza nella vita domestica o che la dimissione avvenga in una struttura protetta. Se si considerano diversi outcome, un certo tipo di disturbo può passare in secondo piano rispetto ad un altro; il trattamento sarà quindi focalizzato alla riacquisizione di determinate qualità. Nella prima tipologia l’addestramento della famiglia avviene al momento della dimissione; nel secondo avviene soprattutto all’ingresso, allo scopo di organizzare il progetto riabilitativo, anche in funzione delle esigenze del nucleo familiare. Il modello di lavoro che sta alla base degli interventi che fanno capo alla prima tipologia si basa sul concetto di multiprofessionalità; per la seconda tipologia si fa capo al modello dell’interprofessionalità in base al quale è fondamentale che le diverse figure professionali comunichino fra loro portando le loro competenze al servizio del gruppo; a questo scopo è utile ricorrere ad una cartella integrata. Attualmente l’utilizzo di questo tipo di cartella è in fase di sperimentazione nell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Ferrara. Un altro concetto importante chiarito dal Professore è la distinzione tra riabilitazione intensiva ed estensiva. La prima è appannaggio delle strutture di II e III livello (presidi ad alta specializzazione), la seconda è prerogativa delle strutture di I livello, quelle cioè in grado di fornire prestazioni di base. Per riabilitazione intensiva si intende più precisamente l’insieme degli interventi diretti al recupero di disabilità importanti che necessitano di un elevato impegno terapeutico distribuito nell’arco della giornata riferito a non meno di 3 ore giornaliere di terapia specialistica, erogato da personale tecnico sanitario della riabilitazione (fisioterapisti, logopedisti, terapisti occupazionali, educatori professionisti). Nella rieducazione estensiva le ore di trattamento riabilitativo sono inferiori a 3 e maggiori di 1; il paziente viene sottoposto ad interevento riabilitativo quando è in grado di avvantaggiarsene: un trattamento intensivo non è erogato necessariamente nell’immediatezza della fase acuta della malattia. La presa in carico del paziente deve essere realizzata attraverso un progetto: i vari momenti della realizzazione del progetto comprendono l’individuazione delle diverse menomazioni e disabilità, la valutazione dello spettro di menomazione e disabilità e l’individuazione di un gradiente di modificabilità di queste ultime, l’individuazione del modello più utile di intervento, l’individuazione di strumenti terapeutici efficaci e relativo dosaggio, la predisposizione dei tempi necessari. Un’ultima distinzione illustrata dal Professore è quella tra il programma di riabilitazione individuale ed il programma di riabilitazione di una struttura. Il primo è un piano generale descrittivo che va costruito in base alle esigenze di ogni paziente ed è indirizzato verso un outcome che tenga conto dei punti di forza del paziente, delle sue necessità e preferenze. Il progetto riabilitativo della struttura deve avere come requisito una struttura idonea a realizzarlo, tale da sfruttare le abilità acquisite dal paziente e proteggere e stimolare le capacità funzionali e di relazione dei soggetti ospitati. La struttura deve avere in definitiva una valenza riabilitativa.
Alimentazione e nutrizione per un invecchiamento di successo
Il Prof. Cucinotta – Direttore del Dipartimento di Medicina Interna e dell’Invecchiamento di Bologna e Responsabile del Comitato Scientifico dell’evento – ha affermato che, avendo dimostrato l’uomo le sue capacità di adattamento all’invecchiamento, il compito del geriatra è di rendere positivo tale processo: una figura di educatore e programmatore. A tale riguardo stanno sorgendo in Italia diversi Centri anti-invecchiamento (Centri di Valutazione Intensiva per la Prevenzione) di cui uno a Bologna sotto la sua direzione. L’invecchiamento è un fenomeno biologico di cui si possono distinguere due aspetti: uno biologico primario, non modificabile, e uno patologico o secondario nei riguardi del quale è possibile un intervento preventivo. La dieta è stato giudicata uno dei tre cardini – assieme all’attività fisica costante ed alla terapia ormonale sostitutiva – dell’invecchiamento con successo. Non ci si deve preoccupare solo della quantità del cibo assunto, ma bisogna insegnare come modificare l’apporto alimentare in rapporto all’aumentare dell’età, tenendo conto delle modificazioni corporee. Non bisogna ad esempio eccedere nella restrizione calorica, poiché questa potrebbe condurre ad un aumento dell’osteoporosi e ad una minore capacità di reazione allo stress. Ci sono infatti evidenze che mostrano che la correlazione tra BMI e mortalità nell’anziano assume una distribuzione ad U, penalizzando fortemente sia gli estremi in eccesso che quelli in difetto. Dati italiani mostrano tuttavia come circa il 50% dei maschi ed il 60% delle femmine rientri in realtà nei limiti della normalità per quanto riguarda il peso. Le caratteristiche più importanti degli alimenti introdotti nella dieta degli anziani sono: basso contenuto di grassi, migliore palatabilità, buon contenuto proteico.
Disturbi della deglutizione nell'adulto e nell'anziano
Il Prof Oskar Schindler ha aperto il suo intervento enfatizzando l’importanza epidemiologica delle sindromi disfagiche: il 40% delle morti per ictus sono infatti riconducibili alla disfagia. Negli ultimi anni è stata attribuita al problema della disfagia una importanza sempre maggiore; si è così venuta recentemente a delineare una nuova disciplina scientifica: la Deglutologia. Per disfagia si intende una qualsiasi alterazione nel convogliare cibo dalla bocca allo stomaco, in qualsiasi età e per diverse cause. Si distinguono due principali forme fisiologiche disfagiche: la presbifagia, cioè l’insieme delle modificazioni della deglutizione che avvengono con l’avanzare dell’età e la pedofagia che si riguarda la deglutizione in età pediatrica età infantile. In età senile vi è una prevalente compromissione delle ultime fasi della deglutizione, faringea, esofagea e gastrica.
Il Prof Giovanni Ruoppolo ha illustrato nel suo intervento i principali quadri patologici legati alla disfagia la cui incidenza sta negli anni aumentando. La disfagia ha infatti un grosso impatto sugli anziani, i quali rappresentano allo stesso tempo una grossa fetta della popolazione. Con l’avanzare dell’età aumentano l’incidenza delle patologie neurologiche, l’incidenza degli esiti da intervento chirurgico delle alte vie digestive ed aeree e vi è inoltre una condizione fisiologica (presbifagia) di diminuita efficacia dell’apparato deglutitorio. Da diversi lavori scientifici emerge che una quota del 10-30% degli ultra 65enni soffre di disturbi della deglutizione. Diversi fattori possono essere coinvolti nella patogenesi della disfagia e possono riguardare diverse fasi del processo di deglutizione. Per quanto riguarda la fase orale sono responsabili di problemi disfagici una diminuita efficienza della muscolatura linguale e facciale che determina una maggiore difficoltà nella formazione del bolo e scialorrea per difficoltà a trattenere la saliva, alterazioni dell’articolazione temporomandibolare, alterazioni della dentizione. Per quanto riguarda la fase faringea possiamo avere una diminuita propulsione del bolo ad opera dei costrittori della faringe con un aumento dei tempi di transito, una lassità dell’apparato sospensore faringo-laringeo, la diminuzione della sensibilità. La disfagia neurogena è tra le più diffuse nella popolazione geriatrica e comporta gravi problematiche legate ad un equilibrio metabolico più labile del paziente anziano, ad una maggiore insorgenza di complicanze legate al sondino nasogastrico e alle gastrostomie, alle gravi conseguenze che una polmonite ab ingestis può causare a quest’età. Una lesione monolaterale delle vie cortico-pontine e cortico-bulbari non reca particolari danni perché l’innervazione a partenza corticale è bilaterale, ci può essere quindi una disfagia transitoria che col tempo tende a migliorare. Cause di lesioni bilaterali, che comportano pertanto quadri più gravi possono essere: una malattia cerebrovascolare diffusa, il trauma cranico, la sclerosi multipla. Altre cause di una grave disfagia neurogena sono legate alla lesione dei nuclei dei nervi cranici o dei nervi cranici stessi che comportano paralisi mono o bilaterali delle strutture della deglutizione. Esempi di patologie coinvolte in questo tipo di danno sono: la sindrome di Guillame Barré, patologie vascolari del tronco dell’encefalo, miastenia gravis, poliomielite. Da sottolineare che vi è una grande incidenza disfagia nello stroke. Il tipo di disfagia che si sviluppa in questo caso è essenzialmente limitata ai liquidi e frequentemente va incontro a risoluzione spontanea. È interessante osservare come nel contesto delle encefalopatie traumatiche possano insorgere sindromi disfagiche miste (sindrome spastico-flaccida, spastico-atassica etc). La disfagia rappresenta spesso il sintomo di esordio della sclerosi laterale amiotrofica, una malattia del motoneurone. Il parkinson è caratterizzato da disturbi della deglutizione in tutte le sue fasi. È interessante notare che il paziente spesso non si rende conto del disturbo; ciò nonostante la disfagia è un’importante causa di morte in questi pazienti. L’esame principe per la valutazione dei disturbi disfagici, sottolinea infine il Professore, è la videofluoroscopia.
La Dott.ssa Anna Accornero ha rapidamente illustrato le fasi più importanti della valutazione del paziente disfagico. L’obiettivo dell’intervento riabilitativo, esordisce la Dottoressa, non deve mirare al raggiungimento di una deglutizione fisiologica bensì funzionale. La deglutizione anche se non fisiologica deve essere efficace e sicura, non deve comportare rischi di inalazione e deve consentire il raggiungimento di una certa autonomia nutrizionale tramite modificazioni della dieta ed assunzione di certi atteggiamenti posturali. L’atto deglutitorio funzionale non è rapido come quello fisiologico ma non deve essere maggiore di 10 secondi. Elementi fondamentali per attuare opportune manovre di compenso per raggiungere una deglutizione efficacia sono un sufficiente livello di vigilanza, un buon orientamento spazio temporale, la possibilità di interagire con l’ambiente, la memoria - che consente mettere in atto le strategie apprese, una buona coordinazione generale e settoriale che consenta di attuare determinati atteggiamenti posturali, la consapevolezza del proprio corpo ed una buona disposizione ad alimentarsi. I tre momenti della valutazione del paziente disfagico comprendono: la raccolta anamnestica, l’osservazione clinica e la diagnostica strumentale. L’osservazione clinica deve essere globale ed in particolare deve toccare i seguenti punti: valutazione dei livelli di comprensione, attenzione e memoria a breve termine; valutazione della postura in generale, della respirazione, esame morfo-funzionale delle strutture oro-faringo-laringee, valutazione della presenza di prassie verbali fonatorie non fonetiche, deglutizione a secco, abilità della gestione del bolo nella cavità orale, modalità nutritive del paziente, videofluoroscopia. È importante che l’apporto calorico proteico sia adeguato. In fase acuta c’è in genere una maggiore difficoltà per l’ingestione di liquidi. È importante capire, nella valutazione clinica, quale fase della deglutizione si discosta dal normale processo fisiologico. Per far questo si potrà far masticare al paziente cibo di diversa consistenza (ghiaccio tritato, acqua, etc.). Andrà valutata la dinamica dell’atto, la sua fluidità, la coordinazione e la presenza di sintomi che facciano pensare ad una deglutizione inefficace (tosse o gorgoglio).
Il Dr. Antonio Amitrano ha trattato nel suo intervento il tema della riabilitazioni nel disfagico che coinvolge sempre più la figura del logopedista. Il processo riabilitativo comporta diversi rischi come quello del soffocamento o lo sviluppo di una polmonite ab ingestis. Per questo sono necessari: una lunga esperienza, una strumentazione idonea comprensiva di strumenti come l’aspiratore, un ambiente ove sia possibile soccorrere tempestivamente il paziente, la possibilità di accesso ad un équipe multidisciplinare. Le due principali linee di intervento riabilitativo, spiega il dottore, sono la cinesiterapia che si rivolge ad i diversi organi implicati nel processo della deglutizione e l’attuazione di tecniche di compenso funzionale. Il primo è un intervento teso a migliorare il tono, la sensibilità, la motricità degli organi coinvolti. Il secondo tipo di intervento comprende il compenso posturale che mira a far assumere al paziente delle posture che facilitino il processo deglutitorio (le posture variano a seconda del tipo di disfagia, ad esempio per la disfagia per i liquidi è utilizzata la postura a capo flesso in avanti) e il compenso dietetico. Gli alimenti differiscono tra loro riguardo le caratteristiche reologiche, diverse consistenze corrispondono a una velocità di scorrimento diverse nel canale alimentare. Questo spiega perché la disfagia per i liquidi si possa manifestare in persone che abbiano un semplice rallentamento delle funzioni. Per ogni paziente va quindi individuata la consistenza più idonea. È infine importante sottolineare che le due tecniche di cinesiterapia e di compenso vanno utilizzate in modo complementare ed integrato.
Il Dr Andrea Pezzana ha infine accennato agli aspetti nutrizionali nel paziente disfagico. La prima causa di malnutrizione, esordisce il Dottore, è l’ospedalizzazione: fino al 50% dei pazienti ospedalizzati soffre di deficit calorici, proteici e vitaminici. Il 64% dei pazienti perde peso durante il ricovero. La malnutrizione è responsabile dell’indebolimento psico-fisico del paziente e per questo può contribuire all’insorgenza o all’aggravamento di una sindrome disfagica. I supplementi dietetici devono essere attuati precocemente; solo così sarà possibile ridurre il periodo di degenza che spesso si estende per l’insorgenza di complicanze legate alla malnutrizione. Per un’attuazione precoce di tali presidi è necessario attuare un efficace assessment nutrizionale che si avvalga di idonei indicatori antropometrici (BMI, peso nel tempo, plicometria) e che deve essere effettuato da uno staff multidisciplinare. La disfagia nei pazienti ricoverati è spesso non trattata e diviene a sua volta causa di malnutrizione. È importante osservare che alcuni sintomi legati alla malnutrizione come l’anoressia ed il rifiuto di cibo possono essere degli indicatori di disfagia presente allo stadio subclinico. È interessante inoltre considerare che le patologie che hanno come complicanza frequente la disfagia sono anche quelle responsabili di gravi stati di malnutrizione. Ove sia possibile si deve preferire una nutrizione di tipo enterale che, pur avendo un’efficacia nutrizionale pari a quella parenterale, è però legata ad un minor rischio di sviluppare complicanze. Questo tipo di alimentazione è poi derogabile a personale che non abbia competenze specifiche, purché sia addestrato; è quindi attuabile anche da parte dei familiari. È importante in ambito nutrizionale la palatabilità degli alimenti che devono avere delle caratteristiche organolettiche gradevoli. Gli alimenti devono avere una consistenza adeguata. Quest’ultima può essere modificata tramite l’uso di addensanti; l’aggiunta di polveri proteiche può inoltre aggiungere valore nutrizionale all’alimento senza sovraccaricare l’aspetto volumetrico. Un ultimo punto da considerare è quello che riguarda gli aspetti tecnici della preparazione nel vitto negli ospedali: spesso il personale di cucina non è in grado per la struttura delle cucine o per inadeguata preparazione di assicurare cibi che abbiano requisiti ottimali.
Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali per gli anziani non autosufficienti.
Il Dott. Pietro Calandriello, Segretario Generale dell’ANASTE (Associazione Nazionale Strutture Terza Età), ha illustrato la “legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali per gli anziani non autosufficienti” (328; 8.11.2000). L’assistenza sociale finora considerata beneficenza pubblica diventa ora un diritto soggettivo del cittadino. L’articolo 1 della legge prevede che lo Stato assicuri alle persone ed alle famiglie un sistema integrato di interventi e servizi sociali, non riservandoli più ai soli lavoratori. L’articolo 2 obbliga lo Stato, i Comuni e le Regioni a realizzare il sistema di assistenza in modo da garantire livelli essenziali di prestazioni; fra i livelli essenziali delle prestazioni erogabili sono compresi l’assistenza domiciliare e l’accoglienza per la socializzazione presso strutture residenziali per i soggetti non assistibili a domicilio. Viene sottolineata l’importanza dei momenti di socializzazione, poiché non sempre per l’anziano rimanere a casa rappresenta la soluzione migliore, quando questa viene vissuta come emarginazione. Da un punto di vista tecnico, l’individuazione dei livelli di competenza affida la programmazione e l’organizzazione allo Stato, alle Regioni ed ai Comuni, mentre gestione ed offerta dei servizi vengono affidate sia a soggetti pubblici che privati. In tal modo si attua una distinzione, ovvero una discriminazione nei confronti dei soggetti privati che vengono di fatto esclusi dalla fase di programmazione. Nell’articolo 8 vengono stabilite le competenze delle Regioni: definizione delle politiche integrate in materia di interventi sociali, funzione di programmazione, coordinamento e indirizzo di interventi nonché di verifica della relativa attuazione. È auspicabile che a livello regionale venga realizzato un reale coordinamento per unificare gli standard qualitativi. Compete ai Comuni concedere l’autorizzazione all’esercizio e l’accreditamento delle strutture di tipo residenziale e semiresidenziale. I Comuni provvedono all’accreditamento delle strutture corrispondendo ai soggetti accreditati tariffe per le prestazioni erogate, non distinguendo fra la natura giuridica degli erogatori ma basandosi sui livelli di qualità. Le convenzioni sono sempre però a discrezione dell’amministrazione pubblica. Per quanto riguarda le figure professionali, la legge dà facoltà al Ministero per la Solidarietà Sociale di definire i profili professionali delle figure operanti nel sociale. È necessario formare personale che sia in possesso delle dovute competenze. Attualmente oltre il 50% di chi svolge tali attività non possiede alcuna qualifica. Sarebbe auspicabile una nuova figura di operatore sociosanitario con un percorso formativo distinto su tre livelli, dalle 400 alle 1000 ore. Infine, una importante novità è l’introduzione della possibilità di scelta da parte dell’utente della struttura che fornisce il servizio, anche se la dizione gli utenti “possono” lascia qualche dubbio circa l’attuazione pratica.
Progettare ambienti terapeutici per l'Alzheimer
La Prof.ssa Luisa Bartorelli ha introdotto la tavola rotonda incentrata sulla progettazione di ambienti terapeutici per i malati di Alzheimer che raggiungono in Italia la quota di 500.000 unità. La Prof.ssa ha sottolineato l’importanza della possibilità di disporre di un ambiente sicuro, tranquillo e stimolante per la cura di questi pazienti che, come è noto, non traggono grossi benefici dalle terapie farmacologiche. Già agli inizi del secolo scorso il Prof. Alzheimer sottolineava l’importanza dell’ambiente, degli arredi e dei giardini nel trattamento della malattia. L’ospedale appare poco adatto nella gestione di questi pazienti, in quanto sottrae l’individuo al suo habitat con inevitabili ripercussioni sulla psiche del malato: è a tutti noto l’effetto da prima notte caratterizzato dall’insorgenza di uno stato di agitazione psicomotorio. I centri diurni appaiono più idonei nella gestione di questi pazienti; è poi importante che i parenti siano presenti per tutta la durata del trattamento. Occorre inoltre fare attenzione all’accoglienza del malato che non deve essere investito da pratiche invasive. La Professoressa ha concluso il suo intervento ricordando un’esperienza interessante nell’ambito della quale pazienti alzheimeriani con una patologia di entità moderata-grave sono stati condotti e guidati attraverso un percorso allestito in un parco WWF di Roma. Gli stimoli visivi, tattili, olfattivi, sono importanti nella riabilitazione di questi pazienti in quanto sono in grado di riattivare le loro memorie sensoriali.
L’architetto Patrizia Valla ha introdotto il concetto di ambiente protesico, termine che compare per la prima volta nel 1964 (prosthetic environment). A Lawton (1968) si deve invece l’introduzione del concetto di docilità ambientale delle strutture per il controllo delle demenze. In Italia il primo progetto teorico ambientale (Mori e Valla, “Il Giardino Alzheimer”) è stato commissionato al Politecnico di Milano dalla Provincia nel 1995. Sempre sotto la spinta della Provincia di Milano è stato realizzato un manuale dall’impostazione multidisciplinare, redatto da tutte le possibili figure che entrano in contatto col malato, dal titolo “Architettura e Giardini per l'Alzheimer” (Valla, 1999). L’architetto ha illustrato nel corso del suo intervento alcuni esempi riusciti di strutture architettoniche rivolte al paziente alzheimeriano. Uno di questi esempi è stato realizzato nell’ambito del “Progetto Arcobaleno”. Il reparto in oggetto è stato realizzato con le sembianze di una casa, sono stati eliminati il più possibile i corridoi, esistono sensori per il controllo a distanza del paziente in modo tale da salvaguardare la sua privacy e la sua autonomia, sono stati utilizzati colori e simboli per il riconoscimento degli ambienti, sono presenti vie di fuga verso l’esterno. Dopo 9 mesi di sperimentazione coordinata dal Dott. Bonati - responsabile del CENTRO ESPERTO DEMENZE - AUSL REGGIO EMILIA, è stato rilevato dall'UVG un miglioramento dei sintomi comportamentali e dello stato funzionale. In sostanza sottolinea l’architetto occorre restituire il senso della casa a questi malati attraverso progettazioni che la rievochino.
Il Prof Gianfranco Salvioli ha sottolineato come ci sarà un progressivo aumento delle richieste nei confronti dell’assistenza domiciliare, visti la crescita della popolazione geriatrica e lo sfaldamento del nucleo familiare. L’autosufficienza del paziente, a detta del Professore, può conservarsi più a lungo in un ambiente positivo. Oggi molti ambienti di cura hanno purtroppo la funzione di custodia. L’ambiente deve essere stimolante: è noto ad esempio che la musica ecologica ha un effetto sedativo e tranquillizzante, altri studi mostrano che la diffusione nell’ambiente di un’essenza di camomilla favorisce l’induzione del sonno. Ricorrendo a questi espedienti si può evitare di abusare della farmacoterapia. La rivista Gerontologist elenca una serie di raccomandazioni per la costruzione degli ambienti; purtroppo molti di questi principi non vengono rispettati. Un elemento importante è la possibilità di accesso ad una zona esterna: le barriere sono dannose per i pazienti affetti da demenza. Gli ambienti devono favorire inoltre l’orientamento, la privacy, non devono essere inquinati da rumori molesti, non devono essere monotoni e disorientanti, la luce deve essere controllata: è importante che non sia accecante. Livelli ottimali di illuminazione permettono una regolarizzazione dei ritmi circadiani.
Il Dott Gianfranco Nizzardo ha ancora una volta enfatizzato come la permanenza a casa, con certi ritmi di vita ed abitudini, il consolidamento del proprio habitat rendono meno maligno il decorso della patologia. Ogni risposta corretta dal punto di vista umano e geriatrico deve ricondurre la persona a casa. Se la permanenza a casa diviene una condizione emarginante e se viene meno il sostegno della famiglia occorrerà intervenire per salvaguardare e sostenere la struttura familiare. In quest’ottica sottolinea il dottore, la struttura residenziale non deve essere percepita come l’ultima spiaggia ma come la prospettiva di un ritorno a casa. È importante che la RSA non abbia solo una valenza sanitaria assistenziale ma deve essere un luogo ove trascorrere il tempo in modo significativo e piacevole nei limiti dello stato mentale e fisico dell’anziano. L’obiettivo di queste strutture è il recupero del passato, dello stile di vita, delle abitudini, col coinvolgimento della famiglia, il miglioramento del presente con un ambiente idoneo, la programmazione del futuro creando interessi e stimoli. Non esistono cure farmacologiche efficaci, ribadisce il dottore; l’ approccio più efficace è quello assistenziale che si serve di ambienti protesici e di programmi multidisciplinari ed integrati.
Il Prof. Umberto Senin ha chiuso la tavola rotonda con alcune considerazioni conclusive. Il Professore ha sottolineato come sia importante aprirsi al mondo della tecnologia. La cura dell’anziano disabile va oltre l’impiego di farmaci: è necessario l’impiego di ausili tecnologici. In linea con questa nuova cultura la SIGG ha prodotto due strumenti su base informatica: il VAOR, un software di valutazione multidimensionale che rappresenta un grosso passo avanti per l’assistenza dell’anziano nelle RSA. Il secondo, lo strumento su cui si fonda il grande progetto della SIGG: il REGAL. Questo strumento è in grado di indirizzare il geriatra verso la formulazione di una diagnosi corretta di demenza, cosa non semplice se si considera che i pazienti anziani sono portatori di diverse patologie e spesso sotto regime polifarmacoterapeutico (non bisogna scordare che molti farmaci di uso comune possono aggravare le sindromi demenziali). Permette inoltre di formulare un piano di intervento terapeutico e di valutare i risultati ottenuti. Il percorso diagnostico alla base del software è strutturato e concepito in modo tale che non si possa trascurare nessuna fase del processo diagnostico. Lo strumento è anche utile nella formazione del personale in quanto permette di acquisire le procedure da mettere in atto per conseguire il raggiungimento di un dato obiettivo.
Sostenere l’invecchiamento: abitazioni assistite per la terza età
I lavori del convegno sono stati moderati dall’Architetto Assunta D’Innocenzo, Direttore della rivista “Abitare e Anziani Informa”. Il primo intervento, del Dott. Franco Lazzari, Presidente della Cooperativa Ansaloni di Bologna, ha illustrato le offerte della Cooperativa in tema di abitazioni per anziani, presentando un progetto di casa protetta i cui lavori di realizzazione inizieranno nell’autunno prossimo. È una struttura prevalentemente ma non esclusivamente dedicata ad anziani non autosufficienti. L’intesa con l’ARPA (Agenzia Regionale Prevenzione e Ambiente) dell’Emilia Romagna prevede anche la verifica dei prodotti utilizzati nella costruzione degli alloggi per fornire case biocompatibili, per rilevare la presenza di sostanze tossiche o radioattive. La Cooperativa ha anche investito fondi per l’acquisto di alloggi da concedere in affitto permanente (Residenza Terza Età, Bologna).
L’Ing. Annalisa Morini (responsabile CNR-ICITE, Roma) ha riportato l’esperienza realizzata a Rovigo, che integra i diversi aspetti da rispettare affinché un alloggio sia adatto agli anziani. Le caratteristiche fondamentali sono: accessibilità e fruibilità, recupero delle tradizioni. Nell’esempio considerato è stata ristrutturata un’area commerciale recuperando la struttura architettonica preesistente (porticato e giardini). Gli alloggi degli anziani sono comunicanti con quelli dei figli pur essendo indipendenti. Le abitazioni sono provviste di teleallarme (in contatto con l’appartamento del figlio e di un centro esterno) e di un rinforzo di alcuni segnali visivi e acustici (citofono).
Il Dott. Rodolfo Costantini, Presidente della Cooperativa Tecno Habitat di Fossombrone, ha illustrato il progetto realizzato nel centro storico della città per facilitare la fruizione dei servizi a carattere sociale. Si tratta di una struttura multifunzione con capacità di accoglienza per anziani non autosufficienti – sia in fase acuta che stabilizzati – e di un centro servizi aperto anche al resto della popolazione. Gli alloggi sono progettati in modo da poter essere facilmente ed economicamente modificati in base alle esigenze di chi effettivamente ne usufruisce.
Le formazioni per una cultura di approccio dell’anziano
La Dott.ssa Adriana Dalponte, sottolineando l’importanza della formazione in tema di terza età, ha focalizzato l’attenzione su tre temi principali. La formazione dei familiari, che devono essere preparati ad affrontare una realtà che va modificandosi. La formazione degli operatori, a proposito della difficoltà di progettare interventi integrati fra tutte le figure chiamate ad intervenire; in Italia infatti si è poco propensi al lavoro di équipe: l’integrazione deve essere quindi progettata e gestita. L’anziano, spesso, è un utilizzatore di più servizi che devono avere una loro continuità. Ad esempio, a volte i tempi di cura sono molto lunghi e vi è la necessità di una figura che si assuma il compito di coordinare e seguire l’intero processo. Da ultimo, la formazione degli amministratori e dei politici, i quali devono porre maggiore attenzione ai bisogni manifestati direttamente dagli anziani. Si corre altrimenti il pericolo di una eccessiva medicalizzazione della senilità, sottovalutando le potenzialità creative e sociali delle fasce d’età più avanzate. La Sig.ra Marina Cuel ha illustrato i contenuti di un corso sperimentale che si svolge in Trentino indirizzato alla formazione di una nuova figura di operatore sociosanitario. Il corso biennale, di 1.400 ore, permette all’operatore di lavorare nei due settori: sociale e sanitario. Per definire i due profili, si sono analizzate le problematiche relative ai bisogni prioritari della popolazione che potessero trovare una risposta nell’intervento di questa nuova figura professionale. Le principali competenze acquisite nel corso sono: assistenza diretta alla persona, competenze sanitarie di base, competenze organizzative, conoscenze di igiene e sicurezza degli ambienti, capacità di relazione con l’utente, la famiglia e l’équipe. La Dott.ssa Minelli ha portato l’esperienza della Casa Protetta di S. Marta di Bologna sul coinvolgimento dei familiari in un percorso formativo. Dopo quattro anni dall’apertura della struttura si è avvertito il bisogno di integrare al lavoro multisciplinare degli operatori con il “Corso Parenti”, complemento indispensabile per il conseguimento di un intervento terapeutico-riabilitativo realmente integrato. Dalla verifica sono emersi tre elementi di spicco: l’importanza di uno spazio di relazione équipe-familiari, la possibilità di trasmettere ai familiari conoscenze che gli operatori ritenevano scontate, aumento della coesione interna dell’équipe.
La formazione gerontologica e geriatrica per il medico di base
Il Prof. Franco Rengo ha voluto trattare il tema assegnatogli riconducendolo all’interno dell’attuale prospettiva della Educazione Continua in Medicina (ECM). Ha ricordato che la formazione continua è l’istruzione che il singolo medico intraprende alla fine dei suoi studi universitari o dopo l’ingresso nei ruoli di medicina generale ed è diretta a migliorare la sua competenza e il suo comportamento per tutto l’arco della vita professionale nei tre classici aspetti: sapere (conoscenza), saper fare (capacità operativa), saper essere (competenza professionale). Questa formazione non deve essere confusa con l’acquisizione di una ulteriore specializzazione, ma deve essere considerata un processo di apprendimento “attivo” e continuativo. Si è iniziato a parlare di ECM già nel Piano Sanitario 1998/2000, quando il Ministro della Sanità in collaborazione con il MURST individuava un primo percorso formativo che successivamente, nel decreto Bindi 626, è stato ulteriormente focalizzato. È attualmente previsto l’accreditamento dei corsi e delle strutture pubbliche e private autorizzate ad erogarli. Per ciascun corso è previsto un numero di crediti a favore di chi lo segue; i medici in tre anni dovrebbero acquisire almeno 150 crediti. È stato individuato come caratteristica peculiare di queste occasioni formative il ruolo attivo dei partecipanti nello svolgimento e nella gestione del corso, ma soprattutto in fase di progettazione quando si è vincolati ad accogliere i pareri dei potenziali utenti. Il Professore ha illustrato le varie fasi di realizzazione pratica di un corso con tali caratteristiche, rifacendosi a quello da lui coordinato nell’Università “Federico II” di Napoli “Gestione del paziente complesso con patologia cardiaca e/o polmonare: dall’acuzie alla cronicità”.
La Telematica Sanitaria al servizio della terza età
Il Dott. Renzo Razzano, Presidente dell’AUSER della regione Lazio, introducendo i lavori ha sottolineato l’importanza dell’applicazione delle nuove tecnologie nell’impegno a mantenere a proprio domicilio gli anziani. Il Dott. Lorenzo Carapellese, dell’ERVET, ha affermato che la telemedicina ha creato una grande attenzione rispetto a nuove soluzioni per i costi legati all’assistenza: al di là dell’onere degli investimenti nell’edilizia sanitaria, la telemedicina può consentire un migliore utilizzo delle risorse permettendo di spostare le informazioni e non i pazienti. Aprendo queste moderne prospettive è inoltre possibile la creazione di nuovi posti di lavoro. Avere la possibilità di consulenza in tempo reale dai grandi centri regionali da parte della periferia consente una diminuzione dei costi, un miglioramento del servizio fornito, una ottimizzazione dell’uso delle strutture. Il Dott. Giancarlo Omoboni, dell’ERVET, ha illustrato il piano strategico a favore della popolazione per gli anni 2000 affidato all’ERVET dalla Regione Emilia Romagna, che complessivamente prevede interventi a favore della domiciliarizzazione dell’anziano, interventi nell’edilizia abitativa, interventi per la mobilità nelle città e attivazione di servizi e tecnologie a carattere innovativo. Ad esempio, l’utilizzo delle farmacie come presidi territoriali da utilizzarsi da parte dell’utente per l’accesso alla rete. Il Dott. Raimondo Soragni, Assessore alle Attività Produttive del Comune di Finale Emilia, ha riportato l’esperienza del suo comune, in cui si è passati alla fase realizzativa pratica di un servizio di assistenza domiciliare fortemente integrato dalla telemedicina. Ciò ha permesso lo sfruttamento più razionale di risorse e competenze già presenti sul territorio regionale.
Il Dott. Tommaso Cavallaro, Responsabile Servizi telemedicina CUP 2000 – società che si occupa dello sviluppo di sistemi di accesso ai servizi sanitari, nata a Bologna poi estesa in campo nazionale - ha affermato che base fondante di una rete è la garanzia di una facilità di accesso ai servizi. La difficoltà maggiore risiede nella standardizzazione delle informazioni per fornire all’utenza, spesso ultra60enne, un servizio semplice che renda disponibili in modo chiaro informazioni su tempi di attesa per ogni prestazione, costi, rete delle farmacie pubbliche e private, sportelli dedicati con operatore. Uno dei principali obiettivi raggiunti è l’agenda medica, un sistema telematico che permette ai medici di medicina generale ed alle farmacie di avere informazioni su chi offre determinate prestazioni, in che modo sono accessibili e quali sono i tempi per usufruirne. Solo in un secondo momento sarà sviluppata una procedura di accesso a tali informazioni per la popolazione generale, poiché al momento si ritiene che un accesso non ben organizzato potrebbe determinare innanzitutto un aumento incontrollato delle richieste di prestazione. Tra le nuove linee di sviluppo, CUP Solidarietà, un sito a carattere informativo riguardo le possibilità offerte dalle organizzazioni di volontariato in ambito sociosanitario. Per queste realtà non è ancora possibile fornire un servizio di prenotazione, data la scarsa integrazione tra le varie associazioni.
Il Dott. Valter Sandrone, Direttore Area Sviluppo business e nuovi progetti del Gruppo Medicina Domani, ha ricordato come si sia sviluppato a partire dal 1995 l’impegno delle aziende italiane e delle istituzioni nella telemedicina. Nel 2000 è stata proposta una definizione della telemedicina come “pratica della medicina che si avvale dell’uso delle telecomunicazioni”. È stata anche istituita una Commissione ministeriale sulla telemedicina che sta codificando la normativa per l’introduzione nel SSN. Il MURST sta organizzando master universitari sull’argomento. Più di 10.000 Medici di Medicina Generale usano la telemedicina in Italia. Questi eventi danno testimonianza dell’aumento di interesse sulla telemedicina anche a livello istituzionale oltre che privato. Esistono poi prove circa l’utilità. La telecardiologia, ad esempio, diminuisce del 20% il tempo decisionale, diminuisce i ricoveri impropri, riduce i costi. È possibile oggi prospettare la creazione di una corsia virtuale, con i pazienti che in realtà restano al proprio domicilio. Esiste in effetti un Progetto pilota in tale senso, che vede la collaborazione tra le Regioni Veneto, Piemonte e Sicilia, il CNR e i Medici di Medicina Generale.
Il Dott. Di Stefano dell’IRAT ha affermato che è possibile, nel campo dell’assistenza domiciliare, una riduzione dei costi attraverso l’uso di mezzi tecnologici e la messa in rete di operatori ed utenti, pur fornendo uguale qualità ed efficacia della prestazione. Nell’Ospedale di Leonforte (Enna) è stata realizzata una corsia virtuale, con trasmissione dei parametri clinici dall’abitazione del paziente al centro telematico ospedaliero, che può attivare l’assistenza domiciliare. Si è osservata in tal modo una riduzione del 39% delle spese di ospedalizzazione. Il monitoraggio continuo inoltre è capace di svolgere un ruolo di prevenzione. Si deve inoltre sottolineare che, mentre tradizionalmente l’assistenza domiciliare si basa su una serie di accessi programmati, con la telemedicina è possibile concretizzare l’accesso nel momento in cui si sia rilevato un bisogno. L’assistenza domiciliare e la telemedicina sono destinate quindi a sviluppare una maggiore interdipendenza: si passerà auspicabilmente dalla ADI alla ADIT.
Il Dott. Carlo Castiglioni, Direttore Servizi Sanitari Medicasa, ha ricordato che l’azienda è nata come fornitrice di assistenza domiciliare nel Nord Italia. Vennero poi sviluppate le attività di telemedicina e telesoccorso. Attualmente, la differenza tra assistenza domiciliare senza e con telemedicina si può ricondurre ad un parallelo tra old e new economy. Proponiamo quindi su di un versante organizzazione logistica e assistenza, sull’altro il call-center ed i servizi di telemedicina. L’organizzazione si basa su sei centrali operative di gestione e pianificazione dell’intervento di infermieri e medici sul territorio. Gli interventi vengono integrati da un servizio di telemedicina: cardiologia, pneumologia ed altre rilevazioni cliniche. Vengono così seguiti 6.000 pazienti con 248.711 accessi in un anno. A Milano sono stati assistiti 2.000 pazienti in un anno; in media per 378 ogni giorno veniva fornita assistenza domiciliare. Tale strutturazione ha permesso di personalizzare il servizio e di realizzare una sanità distribuita sul territorio e non centrata sull’ospedale.
Il Dott. Alberto Golinelli, Direttore Generale Telemedicina Rizzoli SpA, ha affermato che la telemedicina offre due vantaggi: uno per l’assistito – a cui è consentito di muoversi meno, di valutare i servizi e scegliere – l’altro per la possibilità di ridurre le spese. Il vantaggio economico è più difficile da valutare perché non tutti i costi di un servizio vengono affrontati da un unico ente, ma da diversi enti o persone. È indubbio comunque che evitare trasferimenti inutili significa ridurre le spese. L’Ospedale Rizzoli di Bologna ha realizzato una rete di punti di accesso di telemedicina per visite di controllo a domicilio anche per pazienti che si trovano a 800 chilometri di distanza dall’istituto. Un altro campo di attività è rappresentato dalla teleformazione sanitaria. È noto che le strutture assistenzaili lamentano una carenza di fondi da destinare a corsi stanziali per l’aggiornamento del personale: la teledidattica ovvia a tale carenza eliminando la necessità di trasferimento degli interessati. Infine un progetto di teleriabilitazione offre la possibilità di coordinamento del personale a distanza. Bisogna però assolutamente ricordare che la telemedicina implica una organizzazione del lavoro profondamente diversa, pena il mancato raggiungimento dei risultati.
La Dott.ssa Daniela Ovadia, Capo redattore del sito web www.salutebenessere.tv, ha voluto focalizzare l’attenzione sugli anziani come soggetto e non solo oggetto delle nuove tecnologie. Negli USA il 44% delle persone tra i 55 ed i 64 anni usa la rete, mentre tale percentuale scende al 12% in Europa, e solo al 3% al di sopra dei 65 anni. Fonti attendibili affermano che gli anziani in internet cercano fondamentalmente consulenze e vendite di servizi, soprattutto sanitari. Richiesta è l’informazione riguardante la prevenzione delle malattie e la condotta delle terapie. Sempre in USA sono state proposte molte iniziative finalizzate alla gestione delle cartelle cliniche informatizzate in rete. In Italia un progetto simile è stato proposto dall’Istituto dei Tumori di Milano. La creazione di reti di amicizia - altra materia di interesse nella terza età – si verifica spesso a partire proprio dai siti dedicati alla salute. In USA poi ha una certa rilevanza il commercio dei farmaci in rete; al di là delle perplessità, da notare che – quando si realizzi un sistema di distribuzione ottimale – si rende possibile la realizzazione di un meccanismo di controllo sulla appropriatezza della terapia. I siti pensati per essere accessibili agli anziani devono rispondere a parametri di facilità di navigazione. La supposta difficoltà degli anziani ad avvicinarsi alla tecnologia informatica è smentita dal dato che afferma che il 40% degli anziani con più di 75 anni ricorda una procedura di accesso imparata una settimana prima per due ore. A Milano è stato richiesto il triplo dei posti disponibili dei corsi internet per anziani.
Il Dott. Nicola Florindo, Assessore alla Sanità della Regione Emilia Romagna, portando il saluto dell’Assessorato, ha richiamato alla necessità di una riflessione circa la reale utilità della telemedicina. Questa nuova integrazione tra medicina e tecnologia non può essere presentata come panacea risolutrice di qualsiasi difficoltà. Acquista invece reale valore se analizzata in rapporto a specifici campi di applicazione, quali le prestazione di carattere sociosanitario. La regione Emilia Romagna ha avviato una ricognizione con l’obiettivo di individuare i settori in cui maggiore deve essere l’impegno di ricerca e sviluppo. Da questo studio si attendono risposte a fondamentali quesiti: quali progetti incentivare; quali sono gli ambiti di applicazione coerenti con le direttive del piano sanitario; quanto la telemedicina può sostituire o integrare altri servizi. Nel campo della terza età, la Regione intende capire quali sono le reali possibilità della telemedicina applicata alla domiciliarizzazione dell’assistenza, non intendendosi aumentare i posti in RSA e case protette a favore di un incremento dell’assistenza domiciliare.
I Convegni di PTE-EXPO
Sabato 10 febbraio 2001 Ore 10.00 INAUGURAZIONE
Ore 11.30 - 12.30 IL FUTURO DELLA MEMORIA TRA TECNOLOGIA E TRADIZIONE Intrage Spa Dr. Enrico Lucani - Amm. Del. Intrage Spa
Ore 13.00 - 14.00 CONFERENZA STAMPA ANSDIPP: CONVEGNO EDE - VENEZIA 2001 Rag. Gianfranco Nizzardo - ANSDIPP
Ore 14.00 - 16.00 DIAGNOSI E GESTIONE DELL'INCONTINENZA URINARIA Santex Spa Dr. Marco Masina - Dirigente medico Dip. Geriatria Ospedale Bentivoglio, Azienda USL BO Nord
Ore 16.00 - 17.00 IL MARCHIO D'IMPEGNO DESIGN FOR ALL IIDD - Istituto Italiano per il Design e la Disabilità Francesc Aragall - Presidente EIDD European Institute for Design and Disability Paolo Favaretto - Presidente IIDD Istituto Italiano per il Design e la Disabilità Pete Kercher - Segretario Onorario EIDD European Institute for Design and Disability
Ore 15.00 - 16.00 PROGETTARE PER LA RIABILITAZIONE COME COSTRUIRE PROGETTI E PROGRAMMI RIABILITATIVI INDIVIDUALI Prof. Nino Basaglia - Dir. Dipart. Riabilitazione Lungodegenza Postacuti - FE
Ore 14.30 - 15.30 ALIMENTAZIONE E NUTRIZIONE PER UN INVECCHIAMENTO DI SUCCESSO Prof. Domenico Cucinotta - Dir. Dipart. Medicina Interna e dell'Invecchiamento - BO
Domenica 11 febbraio 2001
Ore 10.00 - 12.00 DISTURBI DELLA DEGLUTIZIONE NELL'ADULTO E NELL'ANZIANO Novartis Consumer Health Prof. Oskar Schindler - Direttore Istituto di Audiologia e Foniatria Università degli Studi - TO Dr.ssa Anna Accornero Logopedista Psicopedagogista Università Studi - TO Dr. Andrea Pezzana - Direttore U.O.A. di Dietetica e Nutrizione Clinica Ospedale Mauriziano Umberto - TO Prof. Giovanni Ruoppolo - Prof. Associato ORL Clinica ORL Università "La Sapienza" - Roma Dr. Antonio Amitrano - Logopedista Ospedale Riabilitazione S. Lucia - RM
Ore 11.30 - 12.30 LA LEGGE QUADRO PER LA REALIZZAZIONE DEL SISTEMA INTEGRATO DI INTERVENTI E SERVIZI SOCIALI E GLI ANZIANI NON AUTOSUFFICIENTI Dr. Piero Calandriello - Segr. Gen ANASTE Associazione Nazionale Strutture Terza Età
Ore 14.00 - 16.00 TAVOLA ROTONDA: PROGETTARE AMBIENTI TERAPEUTICI PER L'ALZHEIMER Prof.ssa Luisa Bartorelli - Primario Reparto Geriatria Ospedale S. Eugenio - Roma Arch. Patrizia Valla - Studio Patrizia Valla - Milano Prof. Gianfranco Salviolo - Prof. Ordinario di Geriatria e Gerontologia, Università di Modena e Reggio Emilia Dr. Gianfranco Nizzardo - Pres. ANSDIPP Prof. Umberto Senin - Pres. SIGG Società Italiana Geriatria e Gerontologia
Lunedì 12 febbraio 2001
Ore 10.00 - 12.00 TAVOLA ROTONDA: VERSO UNA NUOVA RESIDENZIALITA': LINEE GUIDA E SISTEMI DI QUALITA' Dr.ssa A.Maria Bertazzoni - V.Pres. IRESS Dr.ssa Paola Piva - Studio Come - Consulente Ministero Solidarietà Sociale Stefano Garbin - Responsabile Area Anziani Emmerre - PD Dr. Piero Calandriello - Segr. Naz. Anaste Dr.ssa Adriana Dal ponte - Resp. Formazione e Sviluppo Azienda Prov. per i Servizi Sanitari - TN
Ore 11.00 - 12.00 TAVOLA ROTONDA: SOSTENERE L'INVECCHIAMENTO: ABITAZIONI ASSISTITE PER LA TERZA ETA' Associazione AeA - Abitare e Anziani Arch. Assunta D'Innocenzo - Dir. Rivista AeA Informa Dott. Mario Corsini - Presidente Associazione AeA Dott. Rodolfo Costantini - Presidente Coop Tecno Habitat Dott. Franco Lazzari - Presidente Coop Ansaloni - BO Ing. Annalisa Morini - Responsabile CNR-ICITE - Roma
Ore 12.00 - 13.00 LE FORMAZIONI PER UNA CULTURA DI APPROCCIO DELL'ANZIANO Dott.ssa Adriana Dal ponte - Responsabile Formazione e Sviluppo Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari - TN Dott.ssa Monica Minelli - Opera Pia dei Poveri Vergognosi - BO Marina Cuel - Caposala Scuola Superiore di Sanità APSS-TN
Ore 13.00 - 13.30 LA FORMAZIONE GERONTOLOGICA E GERIATRICA DEL MEDICO DI BASE Prof. Franco Rengo - Presidente FIRI - Fondazione Italiana per la Ricerca sull'Invecchiamento
Ore 13.30 TRIBUNA APERTA E CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE Prof. Domenico Cucinotta - Direttore Dipartimento Medicina Interna e dell'Invecchiamento - BO
Ore 14.00 16.00 LA TELEMATICA SANITARIA AL SERVIZIO DELLA TERZA ETA' Cup 2000 Medicinadomani Telemedicina Telemedicina Rizzoli Ervet
Ore 14.00 - 16.00 LA GESTIONE DELLE LESIONI DA DECUBITO E L'UTILIZZO DELLE MEDICAZIONI AVANZATE Smith & Nephew
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Il Prof. Domenico Cucinotta
Pres. del Comitato Scientifico del Pte

Il Dr. Gianfranco Nizzardo

L'organizzatore Mauro Grillini

Il Dr. A. Desideri ed il Dr. F. Campana dell'Ufficio Stampa di Geriatriaonline

Francesc Aragall
Presidente EIDD

Gli Architetti
Paolo Favretto e
Patrizia Valla

Il Prof. Nino Basaglia

Il Prof. Domenico Cucinotta

Il Prof. A. Amitrano

La Dr.ssa Anna Accornero

Prof. Oskar Schindler

L'ingresso del Pte Expo

Il Dr. Piero Calandriello

La Prof.ssa Luisa Bartorelli

L'Arch.Patrizia Valla

Prof. G.Franco Salvioli

Il Prof. Umberto Senin

Il Dr. Walter Sganga presso lo Stand FIRI

Il Dr. W.Sganga ed il Prof.C.Caltagirone presso lo stand FIRI

Il tavolo dei relatori sul tema della Telematica al servizio della Terza Età

Il Prof. Franco Rengo

La videotroupe di Geriatriaonline con la Dr.ssa Annicchiarico

Il Dr. L. Carapellese durante l'intervista di Geriatriaonline

La Dr.ssa A.M.Bertazzoni

La Dr.ssa M.Cuel
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